Il principe ereditario Mohammad bin Salman è intenzionato a ripulire l’immagine internazionale della famiglia reale saudita e della monarchia. Per fare ciò, ha avviato un lungo processo di modernizzazione multidimensionale, noto come “Saudi Vision 2030“, che entro dieci anni dovrebbe trasformare profondamente ogni elemento caratterizzante del paese.

Un capitolo importante dell’agenda riformatrice di MbS è dedicato alla questione religiosa: nell’obiettivo di lungo termine di portare e diffondere la cultura della tolleranza religiosa nella “terra della sacertà”, la culla dell’islam, lentamente si sta tentando di de-radicalizzare la controversa ed eterodossa scuola di pensiero che ha storicamente plasmato l’identità degli arabi della penisola: il wahhabismo.

La svolta

Muhammad bin Abdul Karim Issa, ex ministro della giustizia saudita e attuale segretario generale della Lega musumana mondiale, ha annunciato che Riad ha preso una decisione storica: cesserà di finanziare le decine di migliaia di moschee costruite e restaurate in giro per il mondo dagli anni ’70 ad oggi. La mossa giunge per soddisfare le crescenti preoccupazioni di statisti ed opinione pubblica circa l’influenza negativa esercitata dalle predicazioni wahhabite sui fedeli islamici occidentali, ma non solo.

L’ascesa dello Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi ha scoperchiato un vaso di pandora, palesando l’esistenza di un problema di radicalizzazione religiosa, capillare e pericolosa, in ogni continente e regione geopolitica: dalla comunità euroatlantica all’America latina, passando per Asia, Africa e Oceania. Dall’insospettabile Polonia al caso emblematico della Francia, dove la penetrazione jihadista ha ormai raggiunto livelli allarmanti estendendosi nelle istituzioni e nelle forze armate, senza dimenticare le enclavi dell’islam radicale che stanno proliferando nell’America centro-meridionale, le predicazioni estremiste stanno mettendo a rischio la sicurezza nazionale di interi paesi e il problema si può risolvere soltanto all’origine, ossia dai finanziatori.

Stando a quanto dichiarato dal segretario generale della Lega musulmana mondiale, la rivoluzione geo-religiosa partirà dalla Svizzera, ma si estenderà progressivamente “in tutto il mondo“, procedendo attraverso la nascita di consigli di amministrazione locali, formati da religiosi e autorità civili dei paesi di riferimento, che vigileranno su quanto accade nelle moschee. Riad delegherà ogni funzione primaria a queste entità, “per ragioni di sicurezza“, incluso il finanziamento.

Le ripercussioni

Dal secondo dopoguerra ad oggi, l’Arabia Saudita ha utilizzato il wahhabismo come un instrumentum regni in funzione anticomunista, anti-nasseriana e, infine, anti-sciita. Si è trattato del più grande mezzo di influenza culturale a disposizione del regno, ma anche del più controverso e incontrollabile: per ragioni di coerenza, infatti, la wahhabizzazione della umma globale è avvenuta di pari passo con quella della popolazione locale ed il paese è rapidamente caduto preda dell’agenda ultraconservatrice ed antimoderna del clero.

Il wahhabismo insegna che l’unico stile di vita accettabile è quello dei “puri antenati”, ossia dei coetanei del profeta Maometto, e pertanto predica la necessità di un ritorno alle origini, rifiutando categoricamente tutto ciò che è ritenuto malevolo per lo spirito, soprattutto se di provenienza occidentale. Le predicazioni wahhabite nelle moschee del regno, o finanziate da esso all’estero, hanno inevitabilmente avuto conseguenze sulle persone più a rischio, come le vittime di dell’integrazione fallita in Occidente, criminali, giovani manipolabili, ma anche persone istruite alla ricerca di identità e di un leitmotiv per vivere e morire.

Adesso si pongono due dilemmi: come affrontare l’impronta duratura dell’esportazione mondiale del wahhabismo, quale approccio adottare nei riguardi delle minoranze islamiche residenti in paesi a maggioranza non-musulmana.

Esiste il rischio concreto che il wahhabismo abbia ormai assunto capacità auto-perpetuanti, proprio come accaduto ai Fratelli musulmani, e che l’uscita di scena saudita possa essere sfruttata da altre potenze con agende geo-religiose molto simili, come Turchia, Qatar e Pakistan, per estendere il loro astro in tutte quelle regioni fino ad oggi quasi-monopolizzate da Riad.

La globalizzazione del wahhabismo lascia dietro di se un’eredità che difficilmente sarà estirpata nel breve periodo: soltanto fra il 1982 ed il 2005 Riad ha curato la costruzione di oltre 1500 moschee e più di 2mila scuole coraniche e centri culturali islamici tutto il pianeta, distribuendo gratuitamente circa 138 milioni di copie del Corano in Nord America, Europa, Africa e Asia. Si stima che, attualmente, in Occidente, 8 moschee su 10 si reggano grazie ai fondi sauditi, perciò è legittimo domandarsi che cosa accadrà dopo che il timone sarà effettivamente abbandonato.

Molto dipenderà dalle reazioni degli stati, ossia se sceglieranno di delegare il finanziamento di moschee, scuole coraniche e centri culturali ad altre potenze islamiche dalla dubbia fama o ai classici privati mediorientali protetti dall’anonimato, o se opteranno per la “nazionalizzazione” di tali entità, implementando meccanismi di controllo basati sulla cooperazione fra autorità civili ed esperti religiosi.

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