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Sono finite in un bagno di sangue le manifestazioni organizzate dai cattolici della Repubblica Democratica del Congo, scesi in strada per la seconda volta in meno di un mese in segno di protesta contro la svolta anti-costituzionale del presidente, Joseph Kabila. Domenica scorsa sacerdoti e fedeli sono tornati a marciare, per chiedere il rispetto dell’Accordo di San Silvestro, con il quale, nel 2016, governo e opposizione avevano raggiunto un’intesa sulla convocazione di nuove elezioni. Il presidente, però, nonostante il suo secondo ed ultimo mandato sia scaduto da oltre un anno, non sembra intenzionato a lasciare la guida del Paese. Così, dopo i disordini dello scorso 31 dicembre, i manifestanti non si sono lasciati intimidire e si sono dati di nuovo appuntamento fuori dalle parrocchie per protestare pacificamente al termine della celebrazione della messa domenicale. Anche stavolta, però, la reazione dell’esercito non si è fatta attendere.

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I militari hanno aperto il fuoco contro le chiese e sui manifestanti, compresi i religiosi, scesi in piazza con indosso la talare e con dei ramoscelli di ulivo tra le mani. Una ragazza di 16 anni che stava per unirsi alla marcia per la democrazia nella capitale Kinshasa è stata freddata sul sagrato di una chiesa a Kintambo. I proiettili sono partiti da un’auto blindata che ha aperto il fuoco contro i fedeli riuniti all’esterno dell’edificio, racconta all’Agence France Presse l’ex ministro Jean-Baptiste Sondji, che ha assistito alla scena. Secondo un’altra testimonianza, raccolta dal New York Times, cinque corpi senza vita sarebbero stati recuperati dalla polizia nella chiesa di S. Gabriel de Yolo, nei pressi dell’aeroporto. Anche un gruppo di fedeli che cercava di unirsi alla manifestazione dalla parrocchia di S. Joseph, nella capitale, è finito sotto il fuoco degli agenti. In otto sono stati trasportati nel vicino ospedale.

Secondo i media locali, citati dalla BBC, le proteste più importanti si sono svolte a Kinshasa, Kisangani e Bukavu. Ma anche altre città del Paese sono state militarizzate per impedire ai manifestanti di prendere parte ai cortei. Nelle scorse settimane “ogni forma di raduno e manifestazione” è stata vietata dalle autorità “per motivi di sicurezza e ordine pubblico”. Nella capitale la rete internet è stata oscurata e diversi check-point sono stati allestiti nelle strade e all’esterno di alcune parrocchie. Il bilancio, ancora provvisorio, è di sei morti, 57 feriti e oltre cento arrestati, che salgono fino a 257 se si prendono in considerazione i dati forniti da alcune Ong locali. A fare il conto delle vittime di questa seconda domenica di sangue è stata la portavoce della Missione delle Nazioni Unite per la per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO), Florence Marchal. La rappresentante dei caschi blu locali ha denunciato “l’uso eccessivo della forza” da parte degli agenti. “Gli osservatori dispiegati per vigilare sullo svolgimento della manifestazione – ha accusato, inoltre, la portavoce -sono stati minacciati e molestati a Kinshasa, nei quartieri di la Gombe e Lemba”.

All’inizio di gennaio era stato il capo del Dipartimento delle Operazioni di Pace delle Nazioni Unite, Jean-Pierre Lacroix, a condannare davanti al Consiglio di Sicurezza “la violenta repressione” messa in atto dalle forze di sicurezza congolesi durante le manifestazioni organizzate il 31 dicembre scorso, e a chiedere un’inchiesta sulla vicenda. Nei cortei dell’ultimo dell’anno avevano perso la vita nove persone, mentre quasi un centinaio erano rimaste ferite negli scontri. Quasi duecento tra manifestanti, sacerdoti e membri dell’opposizione erano stati arrestati nel giro di vite seguito alle proteste. Uno scenario preoccupante, tanto che, alla vigilia della marcia di domenica scorsa un appello a “fermare ogni forma di violenza” era arrivato anche da Papa Francesco, che davanti ai giovani riuniti per la recita dell’Angelus nella piazza antistante l’arcivescovado di Lima, si era rivolto alle autorità del Congo invocando “una soluzione improntata al dialogo”. Al coro unanime delle condanne per il mancato rispetto dei diritti umani si sono uniti anche i rappresentanti dell’Unione Europea. Gli appelli giunti da più parti, però, sono caduti nel vuoto.

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Sarebbero almeno dieci, secondo l’Associazione congolese per l’accesso alla Giustizia (Acaj), i sacerdoti arrestati durante le manifestazioni del 21 gennaio. Alcuni di loro, rivela la stessa organizzazione, si troverebbero sotto sequestro nell’abitazione di un membro del governo. La Chiesa locale rappresenta, infatti, una delle voci più autorevoli all’interno dell’opposizione e il suo ruolo è stato determinante nell’organizzazione delle proteste. Al presidente Kabila, i laici cattolici e i partiti di opposizione, chiedono di rispettare la costituzione e di non ripresentarsi per un terzo mandato alle elezioni in programma per il prossimo 23 dicembre.