I profitti eccessivi che derivano dalla speculazione sulle criptomonete sono contrari ai precetti dell’Islam; questo il messaggio diffuso dal leader religioso egiziano, il gran muftì Sheikh Shawki Allam, che ha emesso una fatwa per proibire l’utilizzo di uno strumento che va contro la Sharia «provocando danni a individui, gruppi e istituzioni»; che viene «utilizzato direttamente per finanziare terroristi». Le criptomonete, valute virtuali che dovrebbero rivoluzionare il mercato finanziario del futuro e che per questo hanno visto le proprie quotazioni decuplicarsi negli ultimi dodici mesi, ricevono l’ennesimo duro colpo – questa volta dal mondo islamico – che minaccia di frenarne duramente o definitivamente l’ascesa.

Secondo gli imam la speculazione che si muove intorno alla compravendita di valute virtuali – che rischiano di provocare ‘imbrogli e frodi’ – sarebbe un’attività da considerarsi «pari all’usura», poiché procura ‘profitti eccessivi’ tipici dell’attività illegale proibita dal diritto civile islamico: «Ecco perché è proibito», conclude nella fatwa (responso dopo la consultazione della legge coranica n.d.r.) il muftì. La moneta virtuale, generalizzata come Bitcoin, inoltre «non è sottoposta ad alcun tipo di controllo da parte della Banca Centrale del Cairo», dunque può essere impiegata per illeciti come il finanziamento al terrorismo. Queste le preoccupazioni che oggi colgono il mondo islamico: le stesse che hanno alimentato il dibattito negli Stati Uniti d’America, dove le agenzie governative accumulano da tempo dossier sull’impiego della criptomoneta per il riciclaggio e per finanziamento di illeciti grazie all’assenza di ‘tracciabilità’ che permette.

Anche i sauditi dicono ‘no’ al Bitcoin

La medesima posizione nei confronti della criptovaluta è stata presa nei giorni scorsi dall’imam saudita Assim al-Hakim, che ha accusato il Bitcoin di garantire «anonimato ai truffatori», portando ai musulmani che la impiegano per le loro transazioni ‘rapidi profitti’ che sono in contrapposizione con «i precetti dell’Islam».  Un Bitcoin, partito con un valore di mercato di poche decine di dollari, è arrivato a valere fino a 4.000 $ per unità. Immediatamente dopo le critiche mosse dai governi occidentali – la Francia ha annunciato la scorsa settimana che solleverà la questione  riguardo la “necessità di una regolamentazione” per le criptovalute per “evitare finanziamenti illeciti” durante il prossimo G20 – la criptovaluta nelle sue diverse piattaforme ha registrato un arresto dei propri rendimenti, con perdite tra il 25% e il 40% del valore ‘raggiunto’; minacciando il rischio di una bolla finanziaria che ha richiamato alla memoria quella dei tulipani olandesi del biennio 1636/37. La maggior parte dei detrattori delle criptomonete accusano le piattaforme virtuali di una ‘totale assenza di sorveglianza nelle transazioni’, che non sono soggette ai consueti controlli del mondo bancario poiché esterne ad elaborate su piattaforme da esso indipendenti. Questo spiega l’utilizzo diffuso che ne viene fatto nel dark e deep web, dove l’assenza di tracciabilità dei Bitcoin, e degli omologhi più o meno noti omologhi (come ad esempio Ripple) è peculiarità preziosa per chiunque generi o sposti capitali collegati ad illeciti.

La guerra alle criptovalute 

Secondo le agenzie governative USA, attraverso le piattaforme di criptovalute vengono riciclati i soldi dei cartelli della droga, aggirate le sanzioni internazionali e finanziate organizzazioni estremiste, talvolta di matrice terrorista: per questo devono essere sottoposte al medesimo regolamento bancario per ragioni ‘legali’; anche a costo di congelarne l’ascesa. Il mondo islamico, per quanto fondi le sue preoccupazioni sulle medesime ragioni, si impone invece su un piano prettamente religioso. Ciò che si profila, in ogni caso, sembra essere una vera e propria guerra all’ascesa della ‘moneta del futuro’, che promettendo una rivoluzionamento del sistema finanziario mondiale, continua ad accumulare nelle proprie fila detrattori, che, oltre a screditarne il valore attraverso la messa in discussione della trasparenza, cercano di frenarne l’ascesa con stratagemmi finanziari – come quelli mossi dai colossi bancari JP Morgan e Goldman Sachs. Nella guerra tra il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’ sarà il vincitore di questa battaglia, probabilmente, a fissare le regole del futuro delle transazioni monetarie.