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La millenaria civiltà russa presenta un’antica, lunga e radicata tradizione di sovrani e condottieri che vengono investiti di santità, e talvolta beatificati quando ancora in vita, dal popolo e dal clero ortodosso. È una forma di venerazione che affonda le radici nella notte della creazione di quell’universo civilizzazionale che è la Russia e che nei secoli ha condotto alla divinizzazione di Vladimir, il battezzatore della Rus’ di Kiev, alla santificazione di Aleksandr Nevskij e alla canonizzazione degli ultimi Romanov, ai quali è stato riconosciuto il titolo di portatori di passione (страстотéрпец).

Quella che per gli osservatori esterni potrebbe essere una semplice quanto bizzarra forma di idolatria diretta al potente di turno, o ad un capo carismatico del passato, per i russi è una questione di identità. Perché non sono carisma e potere i metri di misurazione impiegati da popolo e clero per la canonizzazione: è l’annullamento totale dell’Io in difesa della Patria, è l’essere ciò che Rudolf Otto aveva definito Totalmente altro (ganz Anderes).

La tradizione della canonizzazione dei grandi condottieri della Terza Roma è sopravvissuta all’erosione del tempo, in quanto componente essenziale e peculiare dell’identità russa, ed è giunta sino a noi. Lo dimostra l’eterna popolarità di Stalin. E lo dimostra la presenza di una setta, la Chiesa della Resurrezione della Russia, che pone Vladimir Putin al centro della propria escatologia.

Lontani e autoreclusi

La Chiesa (o Cappella) della Resurrezione della Russia è stata fondata nel 2007 da madre Fotina, all’anagrafe Svetlana Frolova, ed è una setta ortodossa – bollata come scismatica dal Patriarcato di Mosca – avente la figura di Vladimir Putin al centro del suo insieme liturgico e della sua alquanto balzana visione escatologica.

Composta da sole donne, poiché concepita come un ordine monastico femminile, la Chiesa della Resurrezione vive in una dimensione spaziotemporale a se stante, lontana dal fragore delle grandi città e in una condizione di volontaria autoesclusione dal mondo. Perché le suore di madre Fotina, invero, vivono all’interno di un santuario localizzato in un remoto villaggio, Bolshaya Yelnia, a breve distanza da Nižnij Novgorod.

Tra ortodossia e apocalittismo

Il Patriarcato di Mosca non ha mai avuto dubbi su questa setta: è più che scismatica, è un’eclettica follia in odore di New Age. Non è dato sapere quanti membri abbia la Chiesa della Resurrezione, che non ha mai permesso l’ingresso dei riflettori all’interno del villaggio, ma la sua tavola di credenze è di dominio pubblico: Putin sarebbe la reincarnazione di Paolo l’apostolo, l’Apocalisse sarebbe prossima a materializzarsi.

Secondo madre Fotina, colei che ha forgiato l’intera struttura liturgica e dogmatica della setta, Putin sarebbe la ierofanica metempsicosi di Paolo di Tarso – come lui fu un persecutore di cristiani, in quanto al servizio dell’Unione Sovietica – e sarebbe stato inviato sulla Terra per redimere il popolo russo in vista dell’imminente Fine dei tempi.

Affinché Putin possa espletare il mandato che gli è stato affidato, cioè la preparazione della Russia all’arrivo dell’Anticristo e alla Seconda venuta, le suore di madre Fotina pregano quotidianamente, con lo sguardo rivolto verso una croce affiancata da una sua foto, alternando orazioni ortodosse e canti patriottici.

Malviste dal Patriarcato di Mosca, e ritenute un pittoresco folclorismo dagli abitanti di Nižnij Novgorod, le seguaci della Chiesa della resurrezione sono tutt’altro che sconosciute al Cremlino. Dmitrij Peskov, lo storico portavoce di Putin, nel 2011 si era detto impressionato dalla stima da loro riposta nell’operato di colui che ha ricostruito la Russia nel dopo-Eltsin. Peskov, ad ogni modo, era stato laconico nell’elaborazione di un giudizio finale sulla setta: “uno dei principali comandamenti dice di non adorare i falsi idoli”.

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