Al Aqsa, ombelico del mondo

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Narra la leggenda che il prode condottiero Saladino fosse solito rispondere con un ambiguo “tutto e niente” a chi gli chiedeva quale fosse il valore di Gerusalemme. Il significato di quelle parole era alla vista di tutti, ma alla portata di pochi: Gerusalemme era tutto per un credente, non valeva nulla per un ateo.

Città santa o sacrilega, a seconda dei punti di vista, capace di condurre gli uomini all’estasi o alla pazzia, Gerusalemme è sempre stata la vena scoperta, facile al sanguinamento, del Medioriente. Aveva avuto il modo di accorgersene l’imperatore Tito, molto tempo prima di Saladino, che avrebbe provato a mettere fine alla guerra giudaica riducendo in cenere ciò che aveva individuato come l’origine dello scompiglio: il Tempio di Salomone.

Oggi, similmente al 70, al 1099 e al 1187, è ancora guerra per Gerusalemme. Città santa e divisa. Berlino mediorientale di due guerre fredde, quella di ieri e quella di oggi. Futuro capolinea della questione post-palestinese che emergerà dalla guerra del 7/10.

Gerusalemme secondo l’Ebraismo

Gerusalemme è il fulcro della vita e della storia del popolo ebraico sin dall’antichità. Capitale del Regno di Davide, durante il quale fu eretto il Tempio di Salomone, Gerusalemme è la casa dei siti più sacri del giudaismo: il Muro del pianto – rimanenza del defunto Tempio di Salomone –, il Monte Moriah – luogo del sacrificio di Isacco –, la Roccia della fondazione – da cui Dio avrebbe iniziato a creare il mondo – e il Pozzo delle anime – ritenuto il luogo in cui si trovava il sanctum sanctorum del Tempio di Salomone.

Il popolo ebraico non può esistere senza Gerusalemme. Città che nei secoli della diaspora obbligata in Europa mai ha dimenticato, che sempre ha custodito gelosamente a memoria, verso la cui direzione ha rivolto il capo al momento della preghiera e alla quale ha dedicato struggenti e speranzose poesie e canzoni. Come l’Hatikvah poi divenuto inno nazionale di Israele indipendente.

Gerusalemme è l’essenza dell’Ebraismo, i cui profeti hanno storicamente predicato la pazienza: ogni occupazione straniera era temporanea, gli ebrei sarebbero tornati prima o poi nella loro culla. E quando ciò è divenuto realtà, nel 1948, molti increduli hanno cominciato ad avere fede nelle promesse messianiche del sionismo religioso.

Gerusalemme secondo l’Islam

Per i musulmani, Gerusalemme è sinonimo di Spianata delle moschee, il complesso religioso di cui fanno parte la Cupola della Roccia e la Moschea più lontana e che è stato edificato sulle rovine del Tempio di Salomone. È la terza città santa dell’Islam in ordine di importanza, dopo Mecca e Medina, e ciò in ragione del ruolo centrale rivestito nella rivelazione coranica.

Fu da Gerusalemme, credono i musulmani, che Maometto ascese al Cielo per incontrare Allah. È santa perché fu toccata dal Sigillo dei profeti durante il suo viaggio notturno. È santa perché è stata “la prima delle due qibla“, ossia la città verso la quale i musulmani originariamente dirigevano il capo in occasione della preghiera.

Destinazione Armageddon

La questione palestinese, così come il mondo l’ha conosciuta a partire dalla Dichiarazione Balfour, è morta il 7 ottobre 2023. Continuerà a esistere e a sopravvivere in altri luoghi, come i campi profughi libanesi ed egiziani, e in altre forme, come la guerra civile molecolare in Cisgiordania, ma un’epoca è giunta al termine il giorno in cui Hamas e la costellazione dell’insorgenza palestinese hanno lanciato l’operazione Alluvione di al-Aqṣā.

Tra israeliani e palestinesi, e in esteso tra ebrei e musulmani, il raggiungimento della pace continuerà comunque a essere una chimera – con o senza Gaza. Perché la fine della questione palestinese sancirà l’inizio di un’altra, molto più pericolosa della precedente, perché coinvolgente non due popoli, ma due religioni: la questione Gerusalemme.

De jure divisa in due, ma de facto controllata da Israele, Gerusalemme ha da tempo cessato di essere la capitale condivisa da due stati. La politica della giudaizzazione della città, particolarmente cara alle forze della destra religiosa, sta conducendo tanto all’azzeramento della presenza cristiana quanto alla riduzione a livelli critici dell’impronta islamica. E non è un caso che, di pari passo con questo fenomeno, stia aumentando la tensione attorno alla Spianata delle moschee.



La svolta a destra della politica e della società israeliane ha rinvigorito i movimenti più radicali del sionismo religioso, a partire dai famigerati kahanisti – fautori di uno stato teocratico, etno-centrico e diviso in caste –, rendendo possibile ciò che un tempo era tabù: divieti e limiti temporanei all’accesso al santuario, marce provocatorie per la ricostituzione del Tempio di Salomone, dichiarazioni pubbliche a favore della demolizione della Spianata delle moschee.

I kahanisti, il cui punto di riferimento odierno è l’influente Itamar Ben-Gvir, credono fermamente in quello che predicano: adozione di una legislazione nazionale basata sulle leggi bibliche, annessione e de-arabizzazione di Gaza e Cisgiordania, espansione nelle terre irredente indicate nei testi sacri (Erétz Yisra’él), sveltimento dell’arrivo del Messia.

I kahanisti i principali finanziatori di tutte quelle forze che invocano la ricostruzione del Tempio di Salomone, a spese del Nobile santuario, e saranno i loro tentativi di trasporre in realtà questo sogno recondito, più che il loro viscerale anti-arabismo, a creare le condizioni, nel tardo futuro, per lo scoppio di un grande incendio mediorientale dalle ramificazioni globali. Perché la Palestina era la causa degli arabi, ma Gerusalemme è la causa della umma.