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L’accordo sottoscritto nella giornata del 22 settembre scorso tra la Repubblica popolare cinese e il Vaticano sulle modalità di nomina dei vescovi cattolici cinesi rappresenta una pietra miliare per determinare il futuro delle relazioni tra due attori di caratura planetaria.

Il comunicato congiunto rilasciato dai due Paesi dopo l’annuncio del trovato accordo si conclude con parole forti e impegnative, auguranti che “tale intesa favorisca un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale e contribuisca positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo”.

L’accordo raggiunto il 22 settembre corona decenni di trattative, scontri e tensioni, riflessi nella natura duale della Chiesa cinese e certifica da un lato la rinnovata postura globale di Pechino e, dall’altro, il nuovo corso diplomatico della Santa Sede di Papa Francesco. Ai due “imperi paralleli” studiati nell’omonimo saggio da Massimo Franco, Stati Uniti e Santa Sede, si è aggiunta oramai una Cina in crescente espansione economica-diplomatica, decisa a plasmare una sua versione della globalizzazione con la Nuova Via della Seta. L’accordo sino-vaticano non apre ancora al Santo Graal del riconoscimento bilaterale, ma rappresenta un sostanziale passo in avanti. E ravviva quello che, è bene ricordarlo, è un dialogo di civiltà.

Tra  Pechino e Roma viaggia l’incontro tra Oriente e Occidente

Correva l’anno 166 quando una prima ambasceria proveniente dal “regno di Da Qin” (Roma) giunse al cospetto dell”imperatore cinese Huan; secoli dopo, sarebbe stato il gesuita maceratese Matteo Ricci ad avviare la penetrazione cattolica nell’Impero di Mezzo. Oggi, mentre sul trono di Pietro siede il primo gesuita di sempre, la Chiesa di Francesco e la Cina comunista di Xi Jinping appaiono più vicine di quanto siano mai state da decenni.

Le modalità d’ingaggio tra Pechino e Roma, da ora in avanti, dovranno muoversi sul solco di un accordo ben descritto da padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica. Esso “deve essere pienamente cinese, andando a fondo nel processo di inculturazione, alla luce dell’universalità proprio del cattolicesimo. Dunque: pienamente cinese e pianamente cattolico”.

Sì, perché in gioco c’è il rilancio di un dialogo tra i principali eredi di due delle principali civiltà di sempre: quella cinese e quella romano-cristiana. Sul solco del multipolarismo, l’Impero di Mezzo punta a rottamare un residuo substrato della Guerra Fredda e rafforzare su scala planetaria il proprio soft power; Roma, invece, mira a ampliare il numero di fedeli in Asia e a rilanciare la proiezione globale della Chiesa di Bergoglio.

Gli ultimi difficili decenni dei cattolici in Cina

La controversia su cui Roma e Pechino si sono decise a mediare sorse quando, nel 1951, il governo di Mao Zedong espulse i rappresentanti istituzionali della Santa Sede dopo che il Vaticano aveva rifiutato di rinnegare il proprio riconoscimento alla Repubblica di Cina arroccata a Taiwan, costringendole a rifugiarsi a Hong Kong.

La Repubblica Popolare Cinese puntava a ottenere una Chiesa cattolica allineata al potere statale. “Conseguente a questa nuova visione fu la creazione dell’associazione patriottica cattolica cinese nel 1958 per organizzare i cattolici nel nuovo quadro politico”, ha scritto Andrea Riccardi sul Corriere della Sera. “D’altra parte, si è parlato di una “Chiesa clandestina”, con vescovi riconosciuti da Roma che credevano di dover resistere al controllo governativo”. Persecuzioni e dissidi non sono mancati: del resto, le recenti campagne sulla limitazione della circolazione della Bibbia in Cina testimoniano come certi climi anti-religiosi non siano ancora definitivamente superati.

Il Vaticano ha guardato alla Cina comunista dall’epoca della Ostpolitik del Segretario di Stato di Paolo VI, il piacentino Agostino Casaroli, fautore della prima reale espansione globale della Santa Sede sul piano diplomatico, e tanto Giovanni Paolo II quanto Benedetto XVI, autore di una fondamentale  Lettera ai cattolici cinesi (2006), hanno lavorato alacremente per ricercare un modus vivendi che il gesuita Bergoglio potrebbe aver definitivamente stabilito.

Cosa prevede l’accordo tra Cina e Vaticano

Sotto il profilo concreto, il punto saliente dell’accordo sino-vaticano è l’avvio della procedura di riunificazione tra le due anime del cattolicesimo cinese.  Come riporta Vatican Insider,“in due note diffuse dopo meno di due ore dal comunicato che annunciava la storica firma dell’accordo provvisorio tra Cina e Santa Sede sulle nomine dei vescovi cattolici in Cina”, Vaticano e governo cinese hanno reso pubbliche “due prime decisioni concrete prese da Papa Francesco nel quadro delle consultazioni sino-vaticane che hanno portato all’intesa: il Successore di Pietro, “al fine di sostenere l’annuncio del Vangelo in Cina” – riferisce la prima nota – ha deciso di riammettere nella piena comunione ecclesiale “i rimanenti vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio”, cioè senza il consenso della Santa Sede”.

In secondo luogo, Roma e Pechino hanno “deciso di costituire nella Cina Continentale la diocesi di Chengde, incardinandola nel sistema diocesano locale come diocesi suffraganea di Beijing, con sede episcopale nella chiesa cattedrale di Gesù Buon Pastore. Alla guida della diocesi di Chengde c’è Giuseppe Guo Jincai, […] uno dei sette vescovi canonicamente legittimati”.

Questo passo in avanti non deve comunque esser considerato un punto d’arrivo. Mesi fa il cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha dichiarato che “il cammino avviato con la Cina attraverso gli attuali contatti è graduale ed ancora esposto a tanti imprevisti, così come a nuove possibili emergenze”: le pietre miliari vanno poste per definire un percorso ordinato e preciso, che abbia come ultimo fine il totale riconoscimento bilaterale di Vaticano e Repubblica Popolare Cinese. La grande vittoria diplomatica di Francesco e il successo d’immagine di Xi, dunque, non bastano per dichiarare conclusa una controversia decennale: essa sarà definitivamente ripianata solo quando i veri destinatari dell’intesa, ovverosia i cattolici cinesi, non legittimeranno gli accordi applicandoli con convinzione nelle loro molteplici comunità.

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