Com’era inevitabile, e come di certo succederà anche con il viaggio in Marocco previsto per fine marzo, la visita di papa Francesco agli Emirati Arabi Uniti è stata preceduta da una polemica già vista e un po’ artificiale. Incontro di dialogo o cedimento all’islam? Di conseguenza, il discorso al Founder’s Memorial di Abu Dhabi, alla presenza delle massime autorità religiose e dell’emiro (e presidente) Khalifa bin Zayedal-Nahayan era circondato da un’attesa forse eccessiva, se i parametri erano da un lato quello di una denuncia dell’estremismo islamico e dei suoi delitti e dall’altro invece quello di un irenismo ingenuo e astorico.

Come spesso gli accade, papa Francesco ha spiazzato tutti rimbalzando da una sponda all’altra. Certo, sono risuonate spesso espressioni come “il coraggio dell’alterità”, “la libertà di essere diversi”, “l’armonia delle diversità” che a un orecchio europeo suonano un po’ scontate, magari stucchevoli, ma che dalle parti del Golfo Persico, dove diversità fa spesso rima con discriminazione o persecuzione, destano echi assai più profondi e suggestivi. E non è mancato l’elogio del Paese ospite, descritto come un modello di sviluppo economico e di convivenza pacifica, in un esplicito omaggio alla recente istituzione (2016) del ministero della Tolleranza e al successivo varo del Programma nazionale per la tolleranza. Non si poteva certo chiedere a papa Bergoglio di sottolineare anche le ambiguità degli Emirati, che sono stati per anni (a dispetto degli sforzi delle autorità locali, che per prime e uniche nel Golfo hanno firmato un accordo con Europol per la lotta al terrorismo) uno dei centri di smistamento dei fondi destinati alle formazioni terroristiche della regione.

Poi, però, il Papa ha lasciato cadere alcuni concetti pesanti. Per esempio, un “no” molto secco alla guerra che “crea solo miseria” e al commercio delle armi, che “creano solo morte”. Nel Paese che contribuisce ai massacri nello Yemen (dal Papa esplicitamente citato accanto a Siria, Iraq e Libia come esempio drammaticamente negativo) quale membro della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e che risulta tra i massimi acquirenti di armi al mondo (dalle parti di Cina, India e appunto Arabia Saudita, per avere un punto di riferimento), proprio non è poco.

Più sottile ma non meno incisivo è stato il riferimento alle due ali della pace. Una è l’educazione dei giovani che deve “formare identità aperte”. L’altra è la giustizia, che deve essere morale (il riconoscimento della pari dignità per tutti gli uomini) e materiale (ovvero, contraria a qualunque forma di discriminazione economica). Di nuovo, nella regione e nel Paese dei petrodollari che innaffiano il deserto e fanno crescere i grattacieli, parole che hanno lasciato il segno. A tutto questo bisogna aggiungere, naturalmente, che il Golfo Persico (dove i cristiani trovano tolleranza solo negli Emirati) e il Medio Oriente (dove i cristiani rischiano di estinguersi a causa della violenza e delle guerre) non sono concetti geografici, politici e religiosi sovrapponibili. Il vero viaggio in Medio Oriente il Papa lo farà quando potrà andare in Iraq. Si sa che è nei piani e che la cosa per ora impossibile per ragioni di sicurezza. Quando avverrà, quel viaggio farà davvero la storia.