Figlio e pronipote di presidenti, nato in esilio e ora presidente anche lui: Rodrigo Paz Pereira ha vinto il ballottaggio in Bolivia contro l’ex capo dello Stato Jorge Quiroga Ramirez in un derby di centro-destra vinto dal più moderato dei candidati che ha posto fine al ventennio di potere del Movimento al Socialismo (Mas) incarnato a lungo dall’ex leader del Paese andino, Evo Morales, e di cui è esponente il presidente uscente Luis Arce.
Paz, che ha sfiorato il 55% dei consensi, è il terzo della sua dinastia a insediarsi al potere a La Paz. Figlio dell’ex presidente Jaime Paz Zamora (1989-1993) e pronipote del veterano Victor Paz Estenssoro (capo dello Stato dal 1952 al 1956, dal 1960 al 1964 e dal 1985 al 1989), nato in esilio nel 1967 a Santiago di Compostela, in Spagna, rispetto al padre e al prozio, esponenti di una sinistra nazionale non radicale come il Mas ma attenta alle questioni redistributive, si è spostato su posizioni centriste e cristiano-democratiche.

Un cristiano-democratico per guidare la Bolivia
Non a caso proprio il Partito Democratico Cristiano ha guidato la coalizione di forze in suo sostegno, che lo hanno portato a conquistare un mandato presidenziale ove Paz sarà chiamato a gestire sfide notevoli. La Bolivia è sul fronte della sfida geopolitica Usa-Cina, attenzionata per le sue ricche riserve di litio, è divisa politicamente da anni per le problematiche legate alle ambizioni di Morales, che ambiva a ricandidarsi nonostante il vincolo costituzionale alla rieleggibilità, colpita da una prorogata instabilità economica e oggi strutturalmente fragile.
In ossequio alla dottrina sociale cristiana, Paz propone per la Bolivia una terza via tra le ambizioni socialisteggianti del Mas e le tentazioni liberiste della destra che sosteneva Quiroga: “Ha affermato che il capitalismo esistente in Bolivia non segue la logica del capitalismo consumistico, ma è piuttosto un capitalismo produttivo e commerciale”, nota Erbol, aggiungendo che “di fronte a un’economia in larga parte ancora informale, con attività non registrate specie nelle periferie del Paese “ha sollevato la necessità di un processo di formalizzazione di questa logica economica affinché le persone, ad esempio, possano accedere al credito e non siano costrette a rivolgersi agli strozzini”.

Paz ha perfino preso in considerazione l’idea di normalizzare le “chuto cars”, le vetture contrabbandate, elaborate e modificate che circolano nel Paese, per permettere loro di essere registrate e tracciabili. Inoltre, propone anche “la formalizzazione del settore minerario, che avrebbe incluso il pagamento delle tasse” e una stretta sul narcotraffico.
“Capitalismo popolare”, la proposta di Paz
Un capitalismo “per tutti”, “popolare”, dice Paz che al contempo ha in mente un’ambiziosa riforma del sistema di spartizione delle risorse: dividere il bilancio a metà tra enti centrali e collettività locali, valorizzare il principio di sussidiarietà (un approccio degasperiano, potremmo dire pensando al cristianesimo-democratico di casa nostra) e il finanziamento dell’istruzione da parte delle collettività locali.
Sindaco di Tarija dal 2015 al 2020 e senatore per la medesima città del sud del Paese dal 2020 a oggi, Paz conosce l’importanza delle autorità periferiche in uno Stato dalle difficili connessioni interne e decentralizzato, e inoltre avanza queste proposte così da non rompere la fiducia coi popoli indigeni, messi al centro del progetto costituzionale da Morales e ora in cerca di nuovi riferimenti. Tutto questo andrebbe fatto, secondo Paz, senza rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale per prestiti onerosi e dal difficile rimborso. Un programma ampio e ambizioso che riflette le aspettative della Bolivia.
Paz, appena eletto, ha chiesto unità e ringraziato Quiroga per il caloroso messaggio di congratulazioni per la vittoria. Nel frattempo, attorno alla Bolivia, i leader regionali pesano le conseguenze dell’elezione.
Le conseguenze regionali
El Deber nota che da Washington, dove a prescindere si sarebbe salutato l’arrivo al potere di un leader non pregiudizialmente anti-americano, il segretario di Stato Marco Rubio ha comunicato l’apprezzamento degli Usa per l’elezione di Paz e ricordato che ” Washington è disposta a collaborare con il nuovo governo boliviano su tre fronti: lotta all’immigrazione illegale, accesso ai mercati per incoraggiare gli investimenti bilaterali e lotta alle organizzazioni criminali transnazionali , il tutto con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza regionale”.
Paz, in campagna elettorale, ha detto però di voler mantenere forti relazioni anche con il Brasile del presidente Lula, definito “primo partner strategico” del Paese andino. Chi sicuramente perde un puntello in America Latina è il Venezuela di Nicolas Maduro, che aveva nel Mas un solido sostenitore. Ma classificare Paz nel pendolo tra terzomondisti e filoamericani è difficile. La sfida primaria sarà capire se il presidente, quando assumerà il mandato a novembre, saprà risolvere le crisi interne di La Paz. E dunque assumere un ruolo regionale pari a quello di cui si sono fatti carico i suoi predecessori.
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