Da mesi il Canada sbandiera il proprio impegno a favore della pace e della legalità internazionale. Dopo l’escalation a Gaza iniziata nell’ottobre 2023, il Governo di Justin Trudeau aveva annunciato il blocco dei nuovi permessi di esportazione di armi verso Israele. Una decisione apparsa come segnale politico, dettato anche dalla crescente pressione interna di un’opinione pubblica sempre più critica. Ma la realtà è ben diversa.
Ma secondo un rapporto pubblicato da Palestinian Youth Movement, World Beyond War e Arms Embargo Now, non solo le forniture militari dal Canada a Israele non si sono mai fermate, ma si sarebbero persino intensificate. Le spedizioni sono avvenute tramite permessi pregressi o addirittura attraverso triangolazioni con gli Stati Uniti, sfruttando scappatoie legali che consentono di eludere i divieti ufficiali.
Il documento parla chiaro: oltre 390 spedizioni da 21 produttori in sei città canadesi, per un totale di centinaia di migliaia di proiettili, componenti per jet F-35, radar, sensori e tecnologie dual use come antenne GPS. I beneficiari? Le principali industrie militari israeliane, da Elbit Systems a Snunit Aviation.
I tre principali fornitori canadesi – Stelia, CMC e Nexeya – producono componenti vitali per il caccia F-35, considerato l’asset strategico dell’aviazione israeliana. Secondo il rapporto, ogni F-35 impiegato da Israele contiene almeno 2,1 milioni di dollari in componenti realizzati in Canada. Senza queste forniture, gran parte della flotta aerea israeliana sarebbe tecnicamente compromessa. Il 13 luglio 2024, uno di questi caccia è stato impiegato per bombardare Al-Mawasi, zona designata come “area sicura” nella Striscia di Gaza: 90 morti e oltre 300 feriti. Un raid che coinvolge anche responsabilità indirette, ma concrete, dei Paesi produttori.
Industria e politica, un cortocircuito pericoloso
Il cuore della questione è il sistema di autorizzazione canadese: i permessi, firmati dal ministro degli Esteri, restano validi anche dopo il mutamento del contesto bellico, permettendo la prosecuzione degli scambi. In almeno 67 casi, componenti militari sono stati trasportati su voli passeggeri – Lufthansa, Air Canada, Air France – trasformando rotte civili in corridoi bellici.
Oltre alla responsabilità morale e politica, si apre così un problema legale: il Canada, firmatario del Trattato sul commercio delle armi (ATT), è vincolato a interrompere le esportazioni verso Paesi coinvolti in gravi violazioni del diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini sul comportamento israeliano a Gaza. Continuare a fornire armamenti significa esporsi a future contestazioni giuridiche.
Geopolitica delle armi e diplomazia selettiva
Il Canada, membro del G7 e tra i principali partner della NATO, coltiva l’immagine di “potenza gentile”. Ma il suo ruolo nel sostegno all’industria militare israeliana racconta un’altra storia: quella di un Paese che antepone l’interesse industriale alla coerenza diplomatica. Il rapporto non si limita a denunciare. Chiede un embargo totale, la revoca immediata di tutti i permessi attivi, la chiusura delle triangolazioni USA, il blocco delle tecnologie a doppio uso e lo stop agli acquisti di armamenti testati in battaglia contro i civili palestinesi.
In un mondo che invoca regole comuni, la forza della verità risiede nella trasparenza. E oggi quella trasparenza impone al Canada – e a tutti gli attori simili – di scegliere: legalità o complicità.
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