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Dopo 49 anni di regime militare, l’esperienza democratica in Myanmar, meglio conosciuta come Birmania, ha subito una forte scossa il 1 febbraio con un golpe di Stato delle forze armate, il temuto “Tatmadaw“. Il capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, ha assunto pieni poteri arrestando tutti i leader politici più importanti, incluso il consigliere di Stato Aung San Suu Kyi ed il suo alleato, l’attuale presidente Win Myint, insieme ad altri leader democratici. I birmani, che si stanno ancora curando le ferite procurate da mezzo secolo di dittatura militare, non si sono lasciati intimidire ed hanno protestato nella loro capitale, Nay pyi taw e ex-capitale Yangon. La mossa dei militari, e del quasi pensionato generale Hlaing, sembra azzardata per un uomo considerato mediocre che cerca disperatamente di vestire i panni di politico alla fine della sua carriera militare. Ma il tempismo dell’attacco fa domandare agli analisti se dietro le quinte non ci siano i disegni taciti della Cina, unico sponsor del regime militare per quasi 49 anni. Tra i diversi timori c’è quello che il gen. Hlaing abbia fatto un patto con il drago cinese per tenersi il lavoro di una vita mettendo fine alla democrazia, dopo che i partiti appoggiati dalle forze armate avevano perso le ultime elezioni democratiche. Elezioni che avevano consegnato il paese al partito di Su Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld). Dunque la Cina, preoccupata dal nuovo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, ed il rafforzamento del Quad, ha deciso che era saggio non rischiare che il Myanmar gli voltasse le spalle per inseguire l’alleanza Usa-India.

La posizione strategica del Myanmar

Il Myanmar, Paese di 54 milioni di abitanti, ha una posizione strategica poiché è situato tra il Sud e Sud Est Asiatico. È infatti l’unico paese dell’intero Sud Est Asiatico a possedere una frontiera terrestre con l’India di circa 1500 chilometri e a condividere le frontiere con la Cina, il Bangladesh, il Laos e la Tailandia. La sua costa, inoltre, si apre nel Mare delle Andamane e nella Baia del Bengala. In passato, è stata proprio la sua posizione strategica ad attirare l’interesse sia dell’India che della Cina, che ormai da tempo continuano a combattere una sorta di “guerra fredda” nello Stato del Myanmar. Per la Cina, il China Myanmar Economic Corridor (Cmec) collega la provincia cinese dello Yunan con la Baia del Bengala. Questo passaggio riduce la dipendenza di fornitura di petrolio dallo Stretto di Malacca, soddisfacendo il suo fabbisogno energetico interno. Il CMEC è un altro asso nella manica per circondare ulteriormente l’India, un progetto cinese che sta in piedi dalla nascita della Repubblica popolare 70 anni fa. Il Myanmar è anche una fonte importante di legno, gas, giada ed altri materiali pregiati.

Per l’India è estremamente importante rimanere presente in Myanmar. Tanti gruppi terroristici che operano nel Nord Est dell’India cercano rifugio in Myanmar e la collaborazione delle “Tatmadaw” risulta essenziale per combatterli. L’operato della Cina nel risolvere i conflitti etnici interni ha sollevato molte critiche tra i militari birmani l’anno scorso. Il supporto della Cina all’Arakan Army, che intacca il progetto indiano del Kaladan, ha creato molto malumore tra i militari che intravedono nella fornitura di armi ed assistenza cinese ai ribelli Wa, un pericolo per la sicurezza del Myanmar e dell’India.

Nonostante l’appoggio alla democrazia e la vicinanza al padre della nazione Aung Sang e alla sua celebre figlia Aung Sang Su Kyi, l’India esita a opporsi al golpe per paura di rovinare i rapporti sviluppati con le forze birmane nell’ultima decade e di provocare il ritorno del Paese sotto la protezione cinese. Uno dei motivi per cui i generali del Myanmar hanno desiderato una democrazia anche se limitata nell’ ultimo decennio fu perché erano stanchi di vivere nell’ombra del dragone cinese e cercavano altri partner internazionali. In questo periodo, l’India si è avvicinata al Myanmar, creando un vero rapporto di fiducia, consolidato ulteriormente con il dono di un sottomarino per il Myanmar in ottobre 2020. Non si è registrato ancora nessun contatto dopo il golpe tra i due Stati. Ma l’India continuerà il suo lavoro di ricostruzione nello stato di Rakhine, dove ha diversi progetti umanitari dedicati ad aiutare la minoranza musulmana Rohingya, che è stata bersaglio di una vera e propria pulizia etnica da parte dei militari.

La Cina ritorna così ad essere il più importante partner per il caro Myanmar. Dopo gli attacchi  contro la minoranza Rohingya, che ha creato milioni di rifugiati in Bangladesh, i militari hanno ricevuto pesanti sanzioni dall’Occidente. Il silenzio di Su Kyi, Premio Nobel per la pace, è stato molto criticato e quasi tutti i paesi occidentali hanno tagliato i rapporti e dimezzato gli investimenti nel Paese. Solo la Cina è rimasta fedele, al fianco della maggioranza etnica Bamar, mentre le forze militari uccidevano e mandavano centinaia di migliaia di Rohingya in esilio.

Cause interne e conseguenze

Ciò che è certo è che il golpe destabilizza il Sud Est Asiatico e i rapporti di forza tra l’India e la Cina. La Cina ha negato pubblicamente di avere legami con le forze militari birmane e di essere coinvolta nell’golpe. L’India procede con cautela, cercando di convincere l’Occidente a non imporre altre sanzioni al regime militare, sapendo bene che questa è l’ora del “soft power” e non delle sanzioni economiche, l’arma tradizionale americana in queste situazioni. Le sanzioni non faranno altro che spingere i militari più vicino a Pekino, il che sarebbe un risultato a dir poco disastroso.

Dopo le elezioni di Novembre 2020, nelle quali i partiti favoriti dalle forze armate hanno subito una pesante sconfitta, gli analisti indiani si aspettavano una reazione dei militari, insoddisfatti del fatto che il loro modello di democrazia stesse fallendo. Tuttavia, la vincita di Biden ed il rinnovamento del Quad, l’alleanza navale tra Usa, India, Giappone e Australia costruita per contrastare la Cina nell’Indo-Pacifico, sono percepiti come una vera minaccia per la Cina che avrebbe potuto alimentare la paranoia dei generali birmani incoraggiandoli ad organizzare il golpe. Nella riunione di emergenza del consiglio di sicurezza dell’Onu, la Cina e la Russia hanno usato i loro veti di membri permanenti per bloccare le sanzioni contro il regime golpista.

Coloro che non vogliono vedere la mano cinese attribuiscono le cause del golpe ad una semplice discordia tra il Generale Hlaing e la Su Kyi. È risaputo che il generale, che fra poco raggiungerà l’età pensionabile, voleva prendersi il ruolo di presidente, conquistato col voto da alleati leali a Su kyi. A quel punto, la leader, fiutando la vittoria elettorale, si sussurra, abbia snobbato il generale, rifiutando l’incontro per discutere il suo futuro. Tutto ciò avrebbe portato al golpe.

Il gruppo Asean-10, di cui il Myanmar fa parte, ha firmato una dichiarazione che suggerisce per la prima volta una potenziale mediazione, una grande sorpresa per un gruppo che normalmente non interferisce negli affari interni dei suoi membri. Far tornare Su Kyi ai domiciliari nella villa dove è stata imprigionata per 15 anni è una mossa molto azzardata per il generale. La donna ha speso la sua vita combattendo le forze militari e ha vinto sul terreno democratico, con il voto dei cittadini.

Il golpe non solo avrà effetti negativi sull’economia del Myanmar, già distrutta dalla pandemia, ma le sanzioni internazionali e l’esitazione degli investitori internazionali avranno effetti collaterali sui business privati del generale, sulla sua famiglia, amici e colleghi. Il partito di Su Kyi, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), rappresenta una forza in se, e la sua leader non è facilmente corrompibile, neanche con una pistola puntata alla tempia. Il rischio per il Generale Hlaing è enorme, avendo frantumato la “democrazia controllata” creata con cura in 10 lunghi anni. Questa scelta si potrebbe spiegare solo se Pekino gli avesse offerto una protezione personale, poiché se Su Kyi vincesse, lui perderebbe potere. Se davvero fosse così, mentre nell’ombra si nasconde il drago cinese, una nuova guerra fredda è appena cominciata. Ora si aspettano con ansia le reazioni degli Stati Uniti e dell’India.