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In queste ore la Francia si ferma. O, almeno, questo vorrebbero ottenere i promotori di Bloquons tout, l’idea nata sul canale Telegran Les Essentiels (il che fa capire anche meglio, en passant, perché Pavel Durov, il fondatore del social, sia sotto processo in Francia), rapidamente diffusa dagli altri mezzi di comunicazione non istituzionali e infine sposata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen e da La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Nata in circoli anti-sistema, quindi, l’iniziativa è diventata sistema (i due partiti menzionati mettono insieme 325 seggi dei 577 totali dell’Assemblea Nazionale), anzi, di più: si realizza proprio il giorno dopo le dimissioni del primo ministro François Bayrou, sommerso da un voto massiccio di sfiducia al termine del più breve mandato di Governo della storia repubblicana di Francia. E sostituito da un Sébastien Lecornu che a 39 anni sembra il padre di Macron (chissà tra sei mesi, quando manderanno a casa anche lui), la cui nomina dimostra la confusione mentale di cui il Presidente è ormai preda: Lecornu era ministro della Difesa e una delle ragioni della rabbia dei francesi stava proprio nell’idea di vedersi tagliare 44 miliardi dal bilancio pubblico (quindi pensioni, sanità ecc. ecc.) perché il Governo potesse spenderne 62 nella Difesa entro il 2027.

Vedremo nelle prossime ore se l’idea del blocco avrà successo o se gli 80 mila gendarmi schierati dal ministero degli Interni riusciranno a garantire una giornata più o meno ordinata. Qui ci interessa soprattutto un altro punto. Se alziamo gli occhi da Parigi, vediamo che in Francia, in realtà, non sta avvenendo nulla di speciale. Nulla di troppo diverso da quanto già avvenuto in Romania (ne abbiamo parlato anche qui e qui), da quanto sta avvenendo in Germania (la destra dell’AfD, dato da tutti in procinto di diventare il primo partito del Paese, nel mirino dei servizi segreti e della Corte Costituzionale e a rischio di bando, qui e qui su InsideOver) o in Gran Bretagna, dove il consenso del premier laburista Keir Starmer sprofonda a vantaggio del populista brexitista Nigel Farage. E, a ben vedere, nulla di troppo diverso da quanto già avvenuto, sia pur più sommessamente, in diversi Paesi del Nord Europa o da quanto sarebbe avvenuto in Italia se Giorgia Meloni, nel sostituire Mario Draghi, avesse fatto al Governo quanto diceva di voler fare in campagna elettorale.

Di fronte a quanto avviene oggi in Francia, i media “normali” ripetono la lacrimosa storia delle democrazie assaltate da sovranisti, populisti, complottisti, antieuropeisti e putiniani vari e del caos che ci attende se solo si prova a cambiare qualcosa. E anche noi siamo piuttosto convinti che la Le Pen e Mélenchon, per restare all’oltralpe (ma anche Afd in Germania o Farage in Gran Bretagna), di tutto dispongano tranne che delle idee migliori per far uscire il Paese dal buco in cui è precipitato. Però mai che si legga una riga sulle responsabilità della classe dirigente che ha retto le sorti dei nostri Paesi negli ultimi dieci anni. Mai che si dica che l’Europa, finora, non l’hanno governata populisti e complottisti ma i partiti e i politici “regolari”, quelli che adesso non sanno più che pesci pigliare.

Prendiamo ancora una volta la Francia. Alle elezioni europee del giugno 2024, la destra della Le Pen aveva preso esattamente il doppio dei voti della coalizione raccolta da Macron. E Mélenchon aveva comunque raccolto 2,5 milioni di voti, piazzandosi al quarto posto. Ma soprattutto, dal voto era emerso un messaggio chiaro: basta con Macron. Il Presidente, invece di raccogliere il messaggio, aveva tentato l’ultima mano di poker, sciogliendo il Parlamento. tutti, allora, avevano previsto quel che sarebbe successo: Francia ingovernabile. In altre parole, Macron aveva sacrificato il Paese per salvare se stesso. Ed eccoci qui, a salutare il Governo più breve nella storia della Francia repubblicana. Chapeau!

La ragione profonda di questa specie di rivolta popolare l’ha spiegata bene ieri in queste pagine il nostro Giuseppe Gagliano: Macron ha dimenticato l’orgogliosa tradizione del gallismo e ha agganciato la Francia alle dottrine dei neocon americani, trasferendo poi il tutto in Europa. E come lui altri: i conservatori. in Gran Bretagna, le Grossen Koalitionen della politica tedesca, i “tecnici” (ma anche i politici) in Italia, e così via. Giusta o sbagliata che sia, la sensazione di vedere gli interessi nazionali (ma diciamo pure: familiari, personali) sacrificati a Moloch sovranazionali percepiti come distanti e di difficile comprensione (l’Alleanza Atlantica, l’Unione Europea…), unita al lento ma costante peggioramento delle condizioni di vita, ha provocato un’emorragia di consensi dai partiti schierati per l’attuale sistema (quindi percepiti come conservatori) verso i partiti schierati per il cambiamento (quindi percepiti come riformatori, se non rivoluzionari). con le scelte che ne derivano. Giuste? Sbagliate? Diciamo pure sbagliate. Ma il principio cardine della democrazia è che il popolo è sovrano. O è cambiato qualcosa?

Le democrazie europee non sono in crisi per un qualche complotto internazionale o perché gli hacker russi, con i loro musi da topo e gli occhietti cattivi, frugano nei nostri computer di notte. Sono in crisi per le scelte sbagliate (sarebbe ora di dirlo che, con tutta la loro confusione, sulle politiche energetiche avevano ragioni i gilet gialli e torto Macron, visto che quelle politiche sono state abbandonate in tutta Europa), per aver trasmesso alla gente l’idea di una casta piuttosto che una classe di governo, anche per le oggettive difficoltà di governare una situazione di crisi di fronte alla quale la Ue manca degli strumenti, anche istituzionali, adeguati. E, come si diceva, mai un ripensamento o un’autocritica, solo la retorica del dissenso come nemico, o servo dei nemici. Per chi ha creduto tanto nell’Europa, una gran pena. Le auto sfasciate e le macerie che, mentre scriviamo, già si vedono a Parigi sono anche le nostre: le macerie di un grande ideale.

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