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È una rivelazione shock quella del CEO di Facebook, Mark Zuckerberg: fu l’Fbi, nel 2020, a chiedere alle piattaforme social di limitare la diffusione della notizia riguardante il laptop di Hunter Biden. Durante la campagna presidenziale del 2020, infatti, le notizie relative al laptop appartenente ad Hunter Biden, figlio dell’attuale inquilino della Casa Bianca, vennero censurate dalle piattaforme social, nonostante la documentazione pubblicata dal New York Post provasse l’esistenza delle e-mail contenute nello stesso portatile. Si trattava non solo di prove che documentavano la vita dissennata e sopra le righe di Hunter Biden, ma soprattutto di documenti che dimostravano il probabile coinvolgimento del padre negli affari del figlio in Paesi come l’Ucraina e la Cina. Le notizie relative al laptop – abbandonato in un negozio del Delaware – vennero censurate da Big Tech nonostante oggi l’esistenza del portatile venga riconosciuta da tutti, New York Times e Washington Post in testa. Per le piattaforme social si trattava di “disinformazione russa” e chiunque tentasse di postare e condividere l’inchiesta del New York Post veniva oscurato o censurato, soprattutto su Twitter. Un’intromissione gravissima nel dibattito politico statunitense.

Le parole di Zuckerberg

Ospite dello show di Joe Rogan, Mark Zuckerberg ha rivelato che prima che il New York Post divulgasse la storia del laptop di Hunter Biden, il gigante dei social media ha ricevuto un avvertimento dall’Fbi che ha spinto Facebook a limitare la portata della notizia sulla piattaforma nelle settimane precedenti le elezioni presidenziali del 2020. “L’Fbi di fatto arrivò da noi e disse: Hey, per vostra informazione, dovreste essere in stato di massima allerta. Pensiamo ci sia stata molta propaganda russa nelle elezioni del 2016, e abbiamo notato che circola roba simile”, ha rivelato il fondatore di Facebook. Zuckerberg ha poi sottolineato come la sua piattaforma abbia agito diversamente da Twitter, che ha invece usato la linea dura. “Abbiamo intrapreso un percorso diverso da Twitter”, ha detto Zuckerberg a Rogan.

“Twitter ha deciso di non consentire di condividere affatto la notizia. Noi non l’abbiamo fatto. La distribuzione su Facebook è stata circoscritta, ma agli utenti era ancora permesso condividerla”, ha affermato. “L’Fbi ha detto specificamente che dovevi stare all’erta rispetto a quella notizia?” ha chiesto Rogan, riferendosi all’articolo del New York Post. “No, non ricordo se fosse specificamente quello, ma sostanzialmente si adattava allo schema”, ha replicato Zuckerberg. “Penso che il modo giusto sia quello stabilire principi di governance che cerchino di essere equilibrati e non avere un processo decisionale troppo centralizzato”, ha risposto Zuckerberg. “È difficile per le persone accettare che un team di Meta o che io personalmente prenda queste decisioni”.

Repubblicani all’attacco

Le parole del fondatore di Facebook hanno innescato la dura reazione dei repubblicani, che accusano l’Fbi di aver interferito nel processo elettorale. “Quindi l’Fbi ha preventivamente messo in guardia Facebook dalla segnalazione del laptop di Hunter Biden. Questa stessa agenzia ha effettivamente riciclato la disinformazione russa nelle elezioni del 2016 sotto forma di dossier Steele. E poi ha mentito a un tribunale per ottenere le intercettazioni” accusa Josh Hawley, senatore del Gop ed ex procuratore generale del Missouri.

“A parte il fatto ovvio che l’Fbi debba essere completamente smantellata, qualcun altro è allarmato dal modo in cui Zuckerberg lo ammette con disinvoltura?” osserva l’opinionista conservatore, Jeff Carlson. “L’Fbi ha detto a Facebook che la storia del laptop di Hunter Biden era una disinformazione russa. Tre settimane prima delle elezioni. Questo secondo Mark Zuckerberg. Eppure è un “crimine” dire che le elezioni del 2020 sono state truccate” nota Nick Adams, mentre Jake Shields osserva: “O Mark Zuckerberg è un bugiardo o l’FBI si è direttamente intromessa nelle elezioni del 2020”. Una rivelazione, quella del fondatore di Facebook, che getta ombra sull’imparzialità delle agenzie governative e il loro strano rapporto con Big Tech.

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