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Molto è a causa della guerra scatenata dalla Russia. E un po’ a causa della particolare situazione istituzionale dell’Ucraina, in cui non si è votato per rinnovare il Parlamento e non si voterà per scegliere il Presidente, che quindi costringe le lotte di potere a svolgersi dietro le quinte e non nell’agone pubblico. Comunque sia, il presidente Zelensky continua con le epurazioni. Molti si sono concentrati sul licenziamento del segretario del Consiglio di sicurezza Oleksy Danilov (personaggio del tutto secondario nel panorama del vertice ucraino), sostituito con Aleksandr Litvinenko, già direttore dei servizi segreti esteri (SZRU). Che a sua volta viene rimpiazzato da Oleh Ivashenko, già vice di Kyrylo Budanov, il capo dell’intelligence militare ucraina. Un gran movimento di spie e militari, niente di stupefacente in un Paese che deve difendersi da un’invasione e in cui vige la legge marziale. Curioso, semmai, che Zelensky sembri ripetere le mosse che fece, più di vent’anni fa, l’arcinemico Vladimir Putin che, appena diventato primo ministro e poco dopo presidente, alle prese con il terrorismo ceceno e il secessionismo del Caucaso, si circondò di siloviki, la versione russa degli uomini dei servizi segreti che ora stanno occupando tutti i ruoli più importanti in Ucraina.

Pochi hanno notato che l’ultima purga (oltre a Danilov, via anche i due vice-capi dell’amministrazione presidenziale, Andrej Smirnov e Aleksej Dneprov, e cinque alti funzionari della Presidenza) ha falciato Sergej Shefir, che fin dalle prime ore dall’elezione di Zelensky ricopriva la carica di primo assistente del presidente. Shefir, ex sceneggiatore e regista, era molto di più di un assistente: era l’ombra di Zelensky fin dai tempi della giovinezza a Kryvyi Rih (la città natale di Zelensky), il compagno di scuola, il collega delle prime avventure nel mondo dello spettacolo, l’uomo che aveva con lui fondato lo studio di produzione cinematografica e televisiva Kvartal 95, il fiduciario che con Ivan Bakanov (vedi sotto) aveva curato i cospicui investimenti off-shore di Zelensky in Belize, Isole Vergini Britanniche e Cipro, nonché il confidente personale e politico che il 22 settembre del 2021 era sfuggito a un attentato. Proprio alla vigilia dell’approvazione in Parlamento delle due leggi anti-oligarchi, l’auto di servizio di Shefir era stata colpita da diverse raffiche di mitra: l’autista era rimasto ferito, lui miracolosamente illeso. In apparenza di un personaggio come Shefir, abituato a lavorare nell’ombra senza mai cercare la luce dei riflettori, Zelensky non poteva fare a mano. E invece…

Con l’uscita di scena di Shefir di tutta la vecchia guardia zelenskiana resta solo Andrij Jermak, ex avvocato specializzato in diritto d’autore e produttore cinematografico, amico di Zelensky dai tempi degli sceneggiati per la Tv ucraina. Tutti gli altri sono stati liquidati. Il primo a cadere, già nel 2021, fu Dmytro Razumkov, allora considerato l’astro nascente della politica ucraina. Razumkov era stato lo stratega politico della campagna presidenziale di Zelensky e poi del trionfo del partito Servo del Popolo alle successive elezioni parlamentari. Divenne rapidamente segretario dello stesso Servo del Popolo, membro del Consiglio di Sicurezza e presidente del Parlamento. Poi la caduta, in circostanze mai ben chiarite. Zelensky, che non ama coloro che possono dargli ombra, il 3 ottobre dichiarò che “Razumkov non è più parte della nostra squadra”. Obbediente, il Parlamento votò per la sua rimozione dalla presidenza e in breve Razumkov fu emarginato dalla scena politica.

Poi è toccato a Ivan Bakanov, economista, con Shefir protagonista del ZelenskyGate degli investimenti off-shore (vedi sopra). Amico d’infanzia di Zelensky e direttore amministrativo dello studio Kvartal 95, Bakanov aveva lavorato nella squadra che portò Zelensky alla presidenza nel 2019 e nello stesso anno fu compensato con il posto di direttore dell’SBU, il controspionaggio ucraino. Da lì venne rimosso nel luglio 2022, colpevole secondo Zelensky di aver permesso eccessive infiltrazioni di spie russe nel suo servizio. Anche quella fu una vicenda dai contorni fumosi: vennero aperte oltre 700 imputazioni per tradimento, e altre centinaia seguirono nei mesi successivi. Il che rendeva piuttosto inspiegabile l’esistenza di un simile network di spie in un Paese che stava resistendo con efficacia, e mentre tutti deridevano la Russia per aver lanciato un’invasione in apparenza mal preparata e mal gestita.

Di lì a pochissimo sorte analoga toccò a Iryna Venediktova, prima donna nella storia dell’Ucraina a ricoprire la carica di procuratore generale. Consigliera legale di Zelensky dal 2018, fu cacciata dalla Procura nel luglio del 2022, con le stesse motivazioni (troppi traditori) e le stesse modalità (decreto di Zelensky subito controfirmato dal Parlamento) usate per Bakanov. Infine Oleksii Reznikov, entrato fin da subito nel primo Governo zelenskiano, con la carica di ministro per la Reintegrazione dei territori temporaneamente occupati e vice primo-ministro. Da lì, lui avvocato, diventa ministro della Difesa nel novembre del 2021, già prima dell’invasione russa, fino a sembrare inseparabile da Zelensky. Invece no: nel settembre del 2023, dopo mesi di scandali relativi alla corruzione nel suo ministero, viene costretto a lasciare. Zelensky, in precedenza, aveva cercato di salvarlo facendo dimettere i vice. Questa volta lo abbandona, e costringe alle dimissioni anche i suoi sei vice-ministri.

Sono le dure esigenze della guerra, i problemi che una situazione tanto drammatica non può generare. Ma c’è proprio solo questo? Non è, forse, anche il modo con cui il politico Zelensky, forte dei poteri offertigli dalla legge marziale, regola dissensi, contestazioni, rivalità? Un giorno lo sapremo. Speriamo presto, perché vorrà dire che questa guerra atroce in un modo o nell’altro sarà terminata.

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