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Politica

Zelensky, l’UPA e la polemica con la Polonia: niente di nuovo, senza l’ultradestra a Kiev non si governa

Zelensky non sta facendo nulla di nuovo. Governare l'Ucraina contro l'estrema destra fascista e iper-nazionalista non si può.
Ucraina

Mettersi a discutere con Volodymyr Zelensky è un’impresa assai ardua, per tre ragioni. La prima è che l’ex attore diventato presidente è molto molto abile dal punto di vista dialettico. La seconda è che da quattro anni e mezzo “l’Ucraina combatte per noi”, come recita il mitra della politica europea, e a uno che combatte per te non puoi certo dare contro. La terza, conseguente alle prime due, è che ogni dichiarazione di Zelensky può contare sulla “complicità” di quasi tutti i media occidentali (e in ogni caso di TUTTI quelli più importanti) e diffusi, che la riprendono e la rilanciano così com’è, come se fosse un dato di fatto.

È quanto sta succedendo con la polemica tra Zelensky e il presidente della Polonia, Karol Nawrocki, scoppiata dopo che l’ucraino ha deciso di assegnare a un’unità dell’esercito il nome onorifico di “Eroi dell’Upa” (ma tutta la vicenda è già stata ben spiegata da Roberto Vivaldelli). Alla notizia in arrivo dall’Ucraina, Nawocki ha deciso di ritirare l’onorificenza dell’Aquila Bianca, la più alta dell’ordinamento polacco, concessa dal suo predecessore, Andrzej Duda, a Zelensky. Zelensky ha reagito accusando Nawrocki di voler fare politica alle sua spalle (Nawrocki è stato eletto con l’appoggio del partito conservatore e nazionalista Diritto e Giustizia, mentre il premier Donald Tusk è, all’opposto, presidente del partito Coalizione civica) e, per spregio, ha rimandato a Varsavia l’onorificenza per posta. Poi lui e il capo dell’amministrazione presidenziale Kyrylo Budanov hanno accusato Nawrocki di ritirare l’onorificenza a Zelensky ma non a Caterina II di Russia, Mussolini e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder.

Su quest’ultimo tema vale la pena di registrare la risposta del portavoce di Nzworcki: “Il Presidente Zelensky ha citato Benito Mussolini, Caterina II e Gerhard Schröder, ai quali non è stato revocato l’ordine. I primi due sono morti da tempo e la Polonia non revoca gli ordini postumi. L’ex Cancelliere tedesco, d’altro canto, non ha mai insultato la nazione polacca così apertamente come ha fatto il presidente ucraino, sebbene le sue azioni nell’interesse della Russia debbano essere condannate in quanto dannose per la Polonia e per l’Europa. Sotto Schröder, in Germania non sono stati eretti monumenti a Hitler o Himmler. Nessun reparto della Bundeswehr è stato intitolato a “eroi delle SS”. Inoltre, il presidente Zelensky, che ora si lamenta del fatto che Benito Mussolini, Caterina II e Gerhard Schröder non siano stati privati delle loro onorificenze, non si oppose al fatto di riceverle lui stesso tre anni fa. Oltre all’insulto di intitolare un’unità dell’esercito ucraino agli “eroi dell’UPA”, ne aggiunge un altro restituendo l’onorificenza con un corriere. In definitiva, il punto cruciale è l’insulto deliberato del leader ucraino a un popolo che si è rivelato il miglior amico dell’Ucraina negli ultimi quattro anni. Non si onorano gli assassini degli antenati di coloro che ti hanno teso una mano quando era una questione di vita o di morte. Quando qualcuno ti offre una mano, non la accetti con entusiasmo per poi insultare chi te l’ha offerta”.

Il punto vero della questione è che Nawrocki è uno storico che, prima di entrare in politica, è stato direttore del Museo della seconda guerra mondiale di Danzica e in seguito presidente dell’Istituto della memoria nazionale, incarico che, in Polonia, necessita dell’approvazione del Parlamento. In altre parole, sa perfettamente di che cosa si parla. Mentre Zelensky, che non a caso non entra mai nel merito della questione storica, sfrutta le tre condizioni di cui dicevamo all’inizio (infatti Nawrocki è stato immediatamente definito “un politico di estrema destra”, lui che da storico ha lavorato per portare allo scoperto i crimini sovietici) per nascondere, lui sì, una necessità di politica interna. Che adesso vediamo.

Partigiani e stragisti

L’Ukrains’ka povstans’ka armija (UPA) fu fondata nel 1942 avendo come riferimento politico Stepan Bandera e come capo militare Roman Šuchevyč. Per fare molto breve una storia lunga e intricata, successe questo: dopo l’invasione nazista dell’Ucraina, i militanti dell’usa si schierarono con la Wermacht e le SS nella speranza di combattere Stalin e i sovietici; poi, con il ritorno dell’Armata Rossa, combatterono anche le truppe di Stalin, nella speranza di ottenere l’indipendenza. Nel processo, si scontrarono anche contro l’Armata Nazionale, il principale movimento di resistenza polacco, che rivendicava come polacca la Volinia (regione peraltro divisa, prima per lunghissimo tempo e diventata quasi totalmente ucraina solo dopo la guerra, per decisione di Stalin). Per mantenere il controllo della Volinia, tra il 1943 e il 1945 l’UPA sterminò circa 100 mila civili di origine polacca, tra i quali molti ebrei.

È come se i nostri partigiani avessero combattuto i fascisti e i nazisti e, nello stesso tempo, avessero ammazzato un sacco di italiani di origine straniera e un sacco di ebrei. Ci sbrigheremmo a considerarli eroi nazionali? Li copriremmo di onori e medaglie? Forse saremmo un poco più prudenti.

Ecco, questo Zelensky non se lo può permettere. Perché nello spettro politico ucraino, la componente fascio-nazionalista non ha mai potuto vantare risultati elettorali clamorosi (al contrario, sempre sotto il 4% dei voti) ma ha sempre goduto di un notevole potere di interdizione e di ricatto. Bandera e Šuchevyč, i capi dell’UPA (Bandera fu assassinato nel 1959 da Bohdan Stachynskyi, un ucraino al solo del KGB, e Šuchevyč si suicidò nel 1950 nei pressi di Leopoli per non farsi catturare dai sovietici), come figure da onorare senza se e senza ma, non li ha inventati lui bensì Viktor Yushchenko, il presidente (2005-2010) “democratico” (in contrapposizione al filo-russo Viktor Yanukovich) che fu protagonista della cosiddetta “rivoluzione arancione”. Fu Yushchenko, nel 2010, appena prima di lasciare la carica, a proclamare i due stragisti dell’UPA “eroi dell’Ucraina”. Ma come, il democratico che sfidava la Russia putiniana , il figlio di un insegnante che era sopravvissuto per miracolo ad Auschwitz, poi… ebbene sì. Con quel gesto, Yushchenko forse pagava qualche debito oltreoceano: sua moglie Kateryna Chumachenko era stata una funzionaria del Dipartimento di Stato Usa e aveva forti collegamenti con la diaspora ucraina negli Stati Uniti.

Da quel momento, il meccanismo è entrato in funzione a ogni snodo cruciale della storia ucraina. Per esempio durante le manifestazioni dell’Euromaidan, quando furono le formazioni dell’estrema destra (Svoboda, Bratstvo, Pravyj Sektor) a guidare gli scontri di piazza e a fare in modo che non venisse accettata la soluzione negoziata con Yanukovich, che per quanto disponeva (ritorno alla Costituzione del 2004, elezioni presidenziali anticipate, governo di transizione…) era una grande vittoria per gli europeisti. Tra l’altro, nella delegazione di tre persone che trattava con Yanukovich (assistita dai ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia), c’era Oleh Tjahnybok, leader di Svoboda e già tra i fondatore del Partito social-nazionale ucraino. Di fatto un filo-nazista.

Altro esempio: dopo la cacciata di Yanukovich viene formato un governo provvisorio. Ecco che ritroviamo Andrij Parubij (poi ucciso a colpi di pistola a Leopoli nell’agosto del 2025), tra i fondatori di Svoboda, come segretario del Consiglio di sicurezza (e più avanti presidente del Parlamento). E i suoi colleghi di partito diventano: Oleksandr Sic vice-primo ministro, Ihor Svaika ministro dell’Agricoltura, Andriy Mokhnyk ministro dell’Ambiente, Oleh Makhnic’kyj procuratore generale. Non male per un partito abituato ai decimale ma che, evidentemente, aveva altri meriti.

Allo stesso modo, furono i militanti dei gruppi di estrema destra i primi ad accorrere nel Donbass, con i finanziamenti di oligarchi come Ihor Kolomojs’kyj, per formare battaglioni come il famoso Azov (poi inserito con tutti i crismi nelle forze armate regolari) e contrastare armi in pugno i progetti dei separatisti filo-russi. E ancora oggi uno dei personaggi più popolari in Ucraina è Andrij Bilec’kyj, che fu tra i fondatori del reggimento, oggi comanda una brigata ed è anche leader di Corpo nazionale, partito di fondamentalisti bianchi che, a conferma della regola, ha pochissimo seguito nonostante che il suo leader sia molto apprezzato.

Si potrebbe andare avanti a lungo ma basterà dire che Zelensky non sta facendo nulla di nuovo. Governare l’Ucraina contro l’estrema destra fascista e in qualche caso filo-nazista, che frutta con abilità i sentimenti che spaziano dallo spirito di patria al nazionalismo più becero, non si può. Possiamo piuttosto chiederci perché il presidente abbia sentito la necessità di fare un passo simile proprio adesso. Questo vuol dire addentrarsi in meccanismi di potere che sono oscuri e riservati per definizione. Poiché , polemizzando con Nawrocki, Zelensky ha trovato modo di tirare in ballo le forze armate ucraine, possiamo ipotizzare che glorificare ancora una volta l’UPA per onorare i suoi combattenti sia un modo per dare soddisfazione ai generali che tengono botta al fronte e che formano la parte più intransigente dell’attuale sistema di potere. Jacopo Boccalini ha già raccontato in queste pagine le linee di faglia che corrono tra gli alti gradi e dividono i “vecchi” generali dagli ufficiali delle nuove leve, che si ispirano a tattiche più moderne e vorrebbero condurre una guerra diversa. Forse il richiamo all’unità in nome della storia nazionale serviva proprio a questo, in un momento in cui l’Ucraina raccoglie molti successi nella guerra aerea e incontra molte difficoltà sul terreno. Laddove, appunto, la differenza la fanno gli umani e non le macchine.


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