Zelensky ha scelto: tutto il potere ai militari

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Dal 20 maggio del 2019, cioè da quando è entrato in carica come presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky ha cambiato sette ministri della Difesa, in pratica uno all’anno:. Due prima dell’invasione russa ma con la guerra nel Donbass in corso (Stepan Poltorak e Andrij Zahorodnyuk), uno a cavallo dell’invasione (Andrij Taran) e quattro dopo l’invasione (Oleksij Reznikov, Rustem Umerov, Denys Šmyhal e Mychajlo Fedorov), con la tendenza a farli durare sempre meno: due anni scarsi per Reznikov e Umerov, sette mesi per Šmyhal e Fedorov. Adesso c’è un ministro ad interim, il generale Yevheni Jmara (interessante, un militare dopo tutti civili, vorrà dire qualcosa?), vedremo quanto durerà. E nel frattempo, per non farsi mancare nulla, il presidente ha silurato anche due capi delle forze armate: il generale Valerij Zalužhnyj nel febbraio del 2024 e adesso il generale Oleksandr Syrsky, che di Zalužhnyj era il vice e tanto collaborò perché fosse eliminato dal comando. Adesso è arrivato il terzo, il generale Mychajlo Drapatyj, 43 anni, che combatte filorussi e russi dal 2014 ed è considerato un “fedoroviano”, ovvero un soldato aperto alle innovazioni. Di certo un ufficiale con il senso dell’onore: nel giugno dell’anno scorso si dimise dopo che un bombardamento russo aveva colpito un centro di addestramento delle truppe ucraine, per essere però subito reintegrato nei ranghi.  

Persino quella parte della stampa occidentale che prende per oro colato qualunque cosa dica o faccia Zelensky ha smesso di cercare un senso in tutti questi cambiamenti, che in effetti di senso non ne hanno, soprattutto per un Paese impegnato in una guerra che dura da quattro anni e mezzo (o dal 2014, secondo i punti di vista) e che, per di più, dichiara di essere sul punto di vincerla. Tanto più che, seguendo il proprio innato senso per gli umori del pubblico, Zelensky non manca di assecondare la piazza quando il resilientissimo popolo ucraino rifiuta di farsi prendere per il naso. Nel luglio scorso il presidente ritirò di corsa, di fronte alla protesta dei cartoni, la legge che pure aveva promosso per sterilizzare i poteri delle agenzie anti-corruzione (e gli scandali successivi, arrivati fino al suo braccio destro Andrij Jermak, hanno fatto capire quale fosse lo scenario). Adesso cerca di smorzare la rabbia dei suoi connazionali offrendo un incarico dopo l’altro all’ex ministro della Difesa, il giovanissimo Fedorov, considerato l’artefice massimo della fortunata campagna degli attacchi con droni alle infrastrutture energetiche russe, il quale a propria volta pretende di essere reintegrato nel precedente incarico. Sacrificare Fedorov per salvare Syrsky, considerati gli inconciliabili punti di vista dei due, era una scelta: privilegiare il presente, la resistenza nel Donbass, la cui conquista è l’obiettivo fondamentale del Cremlino, rispetto alla strategia efficace ma di lungo periodo rappresentata da Fedorov. Scelta discutibile ma precisa.

Il ruolo (limitato) dei civili

Liquidare Fedorov (dopo Reznikov, Umerov e Šmyhal) per liquidare anche Syrsky sa, invece, di confusione, di speculazione politica, di navigazione a vista da basso impero. Permessa dal fatto che, oggi, Zelensky è infallibile, come scrivono i nostri giornali, ma intoccabile: al momento non ha rivali interni (né reali né potenziali) che aspirino a condurre la guerra al posto suo e in ogni caso l’Europa e gli Usa lo sostengono: come dicono a Bruxelles, è il condottiero che “combatte per noi”, il presidente che resiste da quattro anni e mezzo, insostituibile. Il che non vuol dire che sappia anche governare un Paese: come pensavano gli ucraini alla fine del 2021, appena prima dell’invasione russa, che gli concedevano uno stentato 37% di gradimento.

Se per un attimo smettiamo di pensare alle difficoltà della Russia e agli importanti successi dei droni ucraini, se astraiamo Zelensky dalla cornice dei summit internazionali dove tutti gli rendono merito, vediamo un presidente che annaspa e che cambia tutti per non cambiare se stesso. Fino alla situazione attuale, che lo vede consegnato mani e piedi ai militari. Lo è Kyrylo Budanov, capo dell’amministrazione presidenziale dopo essere stato capo dell’intelligence militare; lo è il nuovo ministro della Difesa Jmara (già capo delle operazioni speciali dei servizi segreti); e di certo il generale Drapatyj, suo comandante delle forze armate, avrà un’autonomia e un’influenza notevole, viste le circostanze della nomina e considerato lo spazio che la nuova leva degli ufficiali, cresciuta con le teorie della Nato e ormai ribelle alle pratiche degli ufficiali della vecchia scuola come Syrsky, cerca di conquistarsi. Se a questo aggiungiamo che il nuovo primo ministro è un tecnocrate senza spessore politico come Serhiy Koretsky, ex manager del settore energetico, che succede a un’altra anonima tecnocrate come Julija Svyrydenko, capiamo che il percorso si è compiuto e che ora l’Ucraina si regge sull’asse tra Zelensky (l’uomo dei contatti internazionali che portano denaro e armi) e i militari (che combattono e sacrificano la vita). I civili al governo sono l’intendenza o poco più.