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Alla riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina (detto anche Gruppo Ramstein), che raduna i 54 Paesi che forniscono aiuti militari a Kiev, il presidente Zelensky ha esortato gli alleati a “ignorare le linee rosse” di Mosca e a consentire alle forze ucraine di ricevere nuove armi a lungo raggio e a usarle per colpire il territorio russo, “per spingere la Russia alla pace”. È più che logico e comprensibile che Zelensky chieda ai partner occidentali tutte le armi che, secondo il suo giudizio, possono servire al suo esercito per vincere la guerra. O anche solo per difendersi meglio. Diverso però è pensare che colpire in profondità il territorio russo serva a cambiare l’andamento del conflitto fino a spingere la Russia non solo a cercare un accordo di pace (cosa al momento da escludere) ma anche ad accettarne uno, si presume, a condizioni tali da soddisfare l’Ucraina.

L’appello di Zelensky è rivolto non tanto ai Paesi che, dal punto di vista dell’aiuto militare sono “minori” come l’Italia (che peraltro ha da poco ribadito il suo no all’impiego delle armi italiane sul suolo russo) ma soprattutto agli Stati Uniti, che dispongono degli arsenali più forniti quanto a missili capaci di colpire lontano. Stati Uniti che, peraltro, esitano nell’accontentare il presidente ucraino. E ci si potrebbe chiedere perché lo facciano, visto che ogni giorno ribadiscono di voler essere accanto a Kiev fino alla vittoria finale. Forse che armi più potenti non avvicinano la vittoria?

Una delle ragioni per queste esitazioni sta forse nel fatto che molti analisti militari, governativi e indipendenti, soprattutto negli Usa, non sono affatto convinti che quei missili potrebbero, come si diceva, riorientare l’andamento della guerra. Molti al contrario pensano che potrebbero portare a un’ulteriore escalation del conflitto e, alla fin fine, a maggiori difficoltà per l’Ucraina stessa.

La prima considerazione è che nessuna guerra è mai stata vinta senza che i bombardamenti, anche a lunga distanza, fossero accompagnati da significative conquiste territoriali. Non è questo il caso di Russia e Ucraina. La prima, dopo quasi un anno di offensive, ha riportato la prima linea nel Donbass là dove questa correva nel 2014, all’inizio del conflitto. E l’Ucraina, impiegando le sue truppe migliori in una brillante operazione a sorpresa, è riuscita a occupare un trentesimo della regione russa di Kursk (un milione e 100 mila abitanti in totale), senza peraltro indebolire la posizione politica di Vladimir Putin in patria o costringerlo a rallentare o fermare le operazioni nel Donbass.

Quella in corso è sostanzialmente una guerra di posizione, di logoramento. E non solo per le difese e le trincee a terra. Entrambe le parti sono riuscite, nel corso del conflitto, ad adattarsi alle nuove strategie scelte dal nemico con efficaci contromisure tattiche o tecnologiche. Gli HIMARS e gli Excalibur forniti all’Ucraina dall’Occidente sono stati particolarmente efficaci nelle prime settimane, poi i russi sono riusciti ad adottare efficaci contromisure per ridurre i danni. Che cosa ci fa pensare che non accadrebbe la stessa cosa anche con strumenti più moderni e potenti, come per esempio i missili americani JASSM (450 chili di esplosivo portati fino a 500 chilometri di distanza) di cui ha in modo esauriente parlato Davide Bartoccini in queste pagine negli scorsi giorni?

E questo vale sia nel caso che i missili provino a colpire le installazioni militari e i quartieri delle truppe, sia che l’obiettivo siano gli stabilimenti dell’industria militare, allo scopo di diminuire la capacità di fuoco o la resistenza dei russi. D’altra parte, l’esempio più calzante lo fornisce l’Ucraina stessa. Dall’inverno del 2022-2023 la Russia prosegue una campagna strategica di bombardamenti sulle infrastrutture energetiche ucraine, senza per questo aver fiaccato l’operatività e la combattività delle truppe ucraine.

D’altra parte Stephen Biddle, docente di Affari internazionali alla Columbia University, ha di recente ricordato su Foreign Affairs che durante la Seconda Guerra Mondiale, per tre anni e mezzo, gli Alleati impiegarono 710.000 aeroplani per sganciare più di 2 milioni di tonnellate di bombe sulla Germania, dove però la produzione di armamenti continuò a crescere fino al luglio del 1944. Solo quando la flotta aerea nazista fu decimata i bombardamenti sulle fabbriche cominciarono a fare effetto sulle forze armate tedesche. Nulla di simile è all’orizzonte per l’Ucraina. E in più, ricorda Biddle, la Russia confinerebbe comunque a ricevere armi (o loro componenti) da Cina, Iran e Corea del Nord.

Ecco perché molti alleati occidentali dell’Ucraina esitano nel fornire i missili che Zelensky non si stanca di chiedere. In queste condizioni, il timore di un’escalation del conflitto ha ancora un peso, di fronte a una “soluzione” che potrebbe non risolvere nulla.

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