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Tra i 200 palestinesi rilasciati la scorsa settimana in cambio di quattro soldatesse israeliane, 121 erano condannati all’ergastolo e 79 avevano pene fino a 15 anni. Settanta sono stati mandati in Egitto, 114 hanno raggiunto la Cisgiordania e 16 la Striscia di Gaza. Ma Zakaria Zubeidi, l’ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa di Fatah a Jenin, simbolo della resistenza palestinese, non c’era. Giovedì 30 gennaio è stato liberato insieme agli altri 109 prigionieri liberati nello scambio con 8 ostaggi. Tra loro, 32 hanno ergastoli, 48 lunghe condanne e 30 sono ragazzini. Tra i volti che torneranno liberi ci sono Mohammed Abu Warda, con 48 ergastoli, la terza pena più alta dopo Abdullah Barghouti e Ibrahim Hamed, e Zakaria Zubeidi, appunto, uno dei sei eroi della fuga dal Freedom Tunnel della prigione di Gilboa, dal campo di Jenin.

Zakaria Zubeidi, un uomo di contrasti, un’icona di resistenza armata nella furia della Seconda Intifada, eppure un costruttore di comunità, un appassionato di teatro. La sua vita, segnata da dolore, violenza e resilienza, è l’emblema della lotta per la dignità del popolo palestinese.

Nato nel 1976 nel campo profughi di Jenin, Zakaria Zubeidi porta sulle spalle il peso di una storia collettiva, quella dei palestinesi cacciati dalle loro case durante la pulizia etnica iniziata nel 1947. Figlio di rifugiati provenienti da Cesarea, la sua infanzia è stata profondamente condizionata dalla dura realtà dell’occupazione israeliana, un’esperienza che ha plasmato la sua identità e il suo impegno politico.

Suo padre, un insegnante di inglese colto e stimato, ha subito le conseguenze della sua affiliazione a Fatah, un movimento politico inviso alle autorità israeliane. Le accuse e le restrizioni subite lo hanno costretto a rinunciare alla carriera di insegnante, relegandolo a un lavoro umile e faticoso in una fonderia di ferro.

La vita di Zubeidi cambiò per sempre quando i soldati israeliani arrestarono suo padre. Un colpo durissimo per la famiglia, che ha visto il loro punto di riferimento, la figura maschile di sostegno, scomparire improvvisamente. Sua madre, Samira, si è trovata a crescere otto figli da sola, una responsabilità immensa, resa ancora più difficile dalla malattia che ha colpito il marito. La sua morte prematura per cancro ha lasciato un’assenza devastante nella vita di Zubeidi, influenzando profondamente il suo percorso umano e politico.

Zubeidi era brillante, affamato di conoscenza. Studiava con l’ostinazione di chi vede nell’istruzione una via di fuga. Ma a 13 anni un cecchino israeliano fermò la sua corsa, colpendolo a una gamba durante una protesta. Non fu solo una ferita fisica, fu l’inizio di un calvario di operazioni, dolori cronici e una disabilità che gli avrebbe ricordato per sempre chi dettava le regole del gioco. A 15 anni, il carcere: sei mesi per aver lanciato delle pietre. Dietro quelle sbarre, imparò che l’occupazione non si limitava ai check-point o ai raid notturni, ma penetrava fin dentro le ossa. Subì torture, umiliazioni, privazioni. Uscì trasformato e la resistenza divenne il suo unico orizzonte.

Uscito di prigione, Zubeidi non tornò a scuola. La sua educazione, ormai, si chiamava Fatah. Si unì al movimento mentre era ancora detenuto e continuò la militanza fuori, fino al giorno in cui lo arrestarono di nuovo. Un processo veloce, un’accusa pesante che gli costarono quattro anni e mezzo per una molotov. Quando riottenne la libertà, la politica aveva cambiato le regole del gioco. Gli Accordi di Oslo avevano rimescolato le carte e lui, come molti altri ex prigionieri, trovarono posto nelle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Salì di grado, ma più guardava da vicino il sistema, più lo trovava marcio. Se ne andò, nauseato dalla corruzione. Senza alternative, varcò il confine e cominciò a lavorare illegalmente in Israele.

Nel 1997, fu nuovamente arrestato, questa volta per essere stato trovato in un’auto rubata. Quindici mesi dietro le sbarre, poi la libertà con un lavoro da camionista in Cisgiordania. Un’esistenza precaria, ma almeno un’esistenza. Fino al 2000, quando lo scoppio della Seconda Intifada cancellò tutto. Le restrizioni israeliane lo lasciano senza impiego, ma non fu quella la perdita più devastante. Due anni dopo, sua madre e suo fratello furono colpiti a morte dai cecchini israeliani durante un’incursione a Jenin. La casa dove era cresciuta divenne macerie. Il Stone Theatre, il luogo che per lui e sua madre era stato rifugio e speranza, un progetto culturale in mezzo alla disperazione, fu raso al suolo. La sua infanzia e la sua famiglia, spazzate via nello stesso attacco.

Dopo aver visto la propria vita ridotta in macerie, Zakaria Zubeidi scelse la via della lotta armata. Entrò nelle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e ne divenne uno dei condottieri. La speranza di una pace con Israele si dissolse, sostituita dalla convinzione che l’unico linguaggio possibile fosse quello della resistenza armata. Nel 2005, rivendicò per la sua unità la responsabilità di un attacco avvenuto il 28 novembre 2002 contro una stazione elettorale del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, in cui 6 civili israeliani furono uccisi nella città di Beit She’an. Nel 2007, accettò un’amnistia concessa da Israele, ma l’anno successivo fu arrestato dall’Autorità Nazionale Palestinese.

In questo periodo, nel caos della lotta armata e della resistenza quotidiana, Zakaria Zubeidi trovò un alleato in Juliano Mer-Khamis, figlio di un’attivista vicina a sua madre. Insieme, diedero vita al Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin, trasformando un rifugio di disperazione in un palcoscenico di ribellione culturale. Per Zubeidi, il teatro non era solo arte, ma un’arma potente quanto un fucile, serviva a raccontare la lotta palestinese senza cadere nella trappola della violenza fine a sé stessa. Il progetto divenne un atto di sfida contro la narrazione dominante, un’opportunità per i giovani di immaginare un futuro oltre la guerra. Nonostante minacce e difficoltà, Zubeidi non si tirò mai indietro. Quando nel 2011 Juliano Mer-Khamis fu assassinato, il Freedom Theatre vacillò, ma lui continuò a lottare. Anche quando nel 2012 fu arrestato dall’Autorità Nazionale Palestinese e torturato, non si arrese, sopravvisse a uno sciopero della fame e, alla fine, ottenne la libertà.

Nel 2018, nonostante tutto, riuscì a ottenere un master presso la Birzeit University, un raro momento di tregua in un’esistenza segnata dalla guerra. Ma l’anno successivo, nel 2019, tornò dietro le sbarre, ancora una volta prigioniero di accuse infondate. Il 6 settembre settembre 2021, la sua storia divenne leggenda, riuscendo a fuggire dalla prigione di massima sicurezza di Gilboa insieme ad altri cinque detenuti palestinesi, attraverso un tunnel scavato con dei cucchiai sotto le celle. L’evasione, battezzata “Operazione Tunnel della Libertà”, fu un’umiliazione per Israele e di grande impatto simbolico per i palestinesi. La libertà, però, durò poco, l’11 settembre fu ricatturato. Nel 2022, la guerra si prese suo fratello Daoud, ucciso dai soldati israeliani, e nel 2024 anche suo figlio Mohammed cadde sotto il fuoco di un drone. La storia di Zubeidi è quella di un uomo che continua a perdere tutto, ma che non ha mai smesso di lottare per la libereta del suo popolo.

La scarcerazione di Zakaria Zubeidi nella prima fase dello scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, oltre che un fatto di cronaca, è un segnale, un possibile punto di svolta nella lotta armata in Cisgiordania. Zubeidi, un combattente armato, ma anche un promotore della resistenza culturale, ha sempre camminato sul confine sottile tra la resistenza e la critica, opponendosi all’occupazione israeliana ma senza risparmiare accuse alla leadership palestinese. Crede nella pace, ma difende il diritto alla lotta. La sua storia è quella di un uomo temprato dalla perdita e dalla sofferenza, un punto di riferimento per chi continua a sperare in una Palestina libera. Qualunque cosa accada, il suo ritorno non passerà inosservato.

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