“Questo significa ignorare la volontà del popolo. Tornate subito dentro!”. In Corea del Sud si è appena consumato un dramma politico. I legislatori del People Power Party (Ppp), il partito conservatore di cui fa parte il presidente del Paese, Yoon Suk Yeol, hanno appena abbandonato l’aula dell’Assemblea nazionale.
Senza il loro voto a favore dell’impeachment non ci sono voti sufficienti per mettere in stato d’accusa Yoon. “Questo è disprezzo per il popolo, disprezzo per l’assemblea nazionale. Come rappresentanti, non dovete farlo”, continua a gridare Woo Won Shik, speader dell’Assemblea, furibondo per la strategia adottata dal Ppp.
Una strategia cinica, astuta e forse inaspettata, coincisa con il boicottaggio della votazione sull‘impeachment per evitare che eventuali franchi tiratori in seno al partito – il voto è segreto – potessero affossare Yoon. “La Repubblica di Corea è una democrazia fatta di sangue e lacrime delle persone. Non avete paura di essere giudicati dalla storia, dalle persone e dal mondo? Partecipate al voto! È così che proteggete la nostra democrazia?”, ha continuato, invano, Woo.
Tre legislatori del Ppp sono rimasti in aula, altrettanti sono tornati tra i banchi della sala, ma uno ha addirittura votato contro la mozione. Evapora così, come neve al sole, la speranza delle opposizioni di punire Yoon per l’incomprensibile scelta di aver annunciato e poi rimosso – nell’arco di una manciata di ore – la legge marziale a livello nazionale.

Yoon è davvero salvo?
I 300 membri del Parlamento monocamerale di Seoul erano chiamati a votare l’impeachment contro Yoon. Sembrava che la messa in stato d’accusa del presidente fosse scontata, e invece il leader conservatore è riuscito a salvarsi sul filo del rasoio: non ci sono più i numeri per approvare la mozione delle opposizioni.
Il primo round è dunque andato a Yoon, in attesa del prossimo voto che potrà forse aver già luogo il prossimo 11 dicembre. Nel caso in cui Yoon Suk Yeol dovesse finire sotto impeachment, verrebbe immediatamente sospeso e sostituito dal primo ministro Han Duck Soo. Spetterebbe, poi, alla Corte costituzionale decidere se confermare o meno il voto dell’Assemblea nazionale: almeno sei dei nove giudici della Corte dovrebbero approvare la messa in stato d’accusa. In quel caso, i cittadini sudcoreani sarebbero chiamati ad eleggere un nuovo presidente entro 60 giorni dalla sentenza.
Yoon è sopravvissuto, per ora, ma le pressioni politiche nei suoi confronti aumenteranno, anche da parte dei membri del Ppp, che potrebbero chiedergli di dimettersi così da contenere l’eventuale danno alla reputazione del partito.
Se il presidente riuscisse a superare indenne anche un ipotetico secondo voto di impeachment, e decidesse di ignorare i parlamentari del suo stesso partito, a quel punto, isolatissimo, dovrebbe fare i conti con la ghigliottina dell’opinione pubblica. Davanti al Parlamento della Corea del Sud, mentre all’interno erano in corso le votazioni, c’erano migliaia e migliaia di persone (150mila per la polizia, oltre 1 milione per gli organizzatori) radunate per chiedere le dimissioni di Yoon.

La strana posizione dei think tank Usa
I rappresentanti politici degli Stati Uniti hanno spiegato di essere rimasti sorpresi dalle ultime mosse di Yoon. Importanti think tank di Washington, anche quelli con stretti legami con il governo sudcoreano, si sono limitati a lodare la resilienza democratica della Corea del Sud, rivelando però una preoccupante riluttanza a condannare le azioni autoritarie di un alleato chiave degli Usa.
Victor Cha, del Center for Strategic and International Studies (CSIS), ha assunto una posizione sorprendentemente difensiva, dichiarando che Yoon “ha fatto la cosa giusta” nel revocare la legge marziale, ignorando però la gravità del suo gesto. Il CSIS ha salutato la “risoluzione pacifica della crisi” come prova della “maturità e resilienza” della democrazia sudcoreana, pur riconoscendo l’episodio come una “battuta d’arresto significativa” per il citato Yoon.
E ancora: il Wilson Center ha descritto la Corea del Sud come una “democrazia fiorente ed espansiva”, e definito il dietrofront di Yoon come una difesa dell’ “eredità storica del paese come democrazia”. Il Korea Economic Institute of America, un’istituzione chiave che si occupa esclusivamente della Corea e finanziata dal governo sudcoreano, non ha invece pubblicato assolutamente nulla sulla questione.
Curiosa la posizione dei think tank statunitensi, ovvero le fonti primarie utilizzate dall’opinione pubblica occidentale per informarsi di affari globali…

La Corea del Nord e Kim Jong Un: che cosa succede adesso
A Pyongyang non è volata una foglia. Non sono arrivati commenti ufficiali sulla crisi politica che sta travolgendo la Corea del Sud. Kim Jong Un continua ad ispezionare fabbriche e ad occuparsi di affari interni.
Certo è che, con Seoul allo sbando e un presidente sudcoreano nel mirino dei suoi stessi cittadini, per Kim si è materializzata una situazione potenzialmente ottima per soffiare sul fuoco e approfittare della crisi del Sud. Il leader nordcoreano non sembra essere tuttavia interessato a compiere passi falsi, consigliato presumibilmente da Cina e Russia.
Al contrario, c’è chi ipotizza che possa essere Yoon a giocarsi, di nuovo, la carta Nord Corea per individuare un nemico comune e scuotere la penisola coreana. In mezzo a mille dubbi e incertezze, il ministro della Difesa sudcoreano ad interim, Kim Seon Ho, ha dato istruzioni ai massimi vertici militari e ai comandanti di tutto il Paese di “mantenere una ferma prontezza alle emergenze”.
Kim ha impartito queste istruzioni ai capi di Stato Maggiore dell’esercito, dell’aeronautica e della Marina. Pur riconoscendo l’attuale situazione di sicurezza, sia all’interno che all’esterno del Paese, il ministro li ha esortati ad essere pronti a qualsiasi evenienza. Pare che il messaggio sia stato inviato per verificare il livello di prontezza dell’esercito nelle regioni in prima linea, e cioè quelle vicino al confine coreano.

