Circa un anno fa, sulle colonne de Gli Occhi della Guerra, analizzavamo l’importanza capitale del discorso pronunciato a Davos al World Economic Forum, nel corso del quale il leader cinese espresse di fronte al gotha dell’economia mondiale la volontà della Repubblica Popolare di giocare un ruolo sempre più attivo, da leader planetario, negli scenari economici globali.

Xi Jinping delineava la “via cinese alla globalizzazione” di fronte ai principali rappresentanti di un ordine mondiale che l’Impero di Mezzo ambisce dichiaratamente a ristrutturare in maniera più equilibrata e fu subito messo in parallelo con Donald J. Trump, che da lì a pochi giorni si sarebbe insediato ufficialmente alla Casa Bianca. Le considerazioni di Xi Jinping sull’economia mondiale paragonata a un “enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente” sembravano essere rivolte direttamente al neopresidente statunitense, che il 20 gennaio 2017 insistette, nel suo discorso di insediamento, sul porre fine all’American carnage indotto dalla globalizzazione sregolata.

Un anno dopo, l’edizione 2018 del World Economic Forum di Davos vedrà, a partire dal 23 gennaio, lo stesso Trump giocare la parte dell’ospite d’onore. L’interesse non è più centrato sul rischio di un conflitto commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti, che ragioni pragmatiche e gli ottimi rapporti venutisi a creare tra Trump e Xi hanno contribuito a smorzare, ma sulla sostenibilità di lungo termine del disegno economico dell’amministrazione di Washington.

Trump a Davos per sdoganare l’America First

Come segnalato da Marco Valsania sul Sole 24 Ore Trump, primo Presidente americano dopo 20 anni a partecipare al forum di Davos, potrebbe sdoganare di fronte ai rappresentanti di numerosi governi (compresi Emmanuel Macron, Theresa May e Paolo Gentiloni) e delle principali organizzazioni economiche planetarie il mantra America First che guida la sua agenda economica.

La portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders ha infatti segnalato che Trump, nel suo intervento a Davos, metterà al centro “il business americano, le aziende americane, i lavoratori americani”, puntando a guadagnare credibilità di fronte agli interlocutori internazionali e a perorare la causa delle grandi innovazioni della sua agenda economica, dalla massiccia riforma fiscale al piano di investimenti infrastrutturali.

Inoltre, la presenza di Trump consentirà al Presidente un confronto diretto con Theresa May volto a evitare l’apertura di ulteriori crepe nella “relazione speciale” tra Regno Unito e Stati Uniti, fondamentale nella strategia geopolitica di Washington ma anche nei progetti di Global Britain per il dopo Brexit.

Da Xi Jinping a Donald Trump Davos ritorna di moda

Per gli organizzatori del World Economic Forum, facenti riferimento a un organizzazione senza fini di lucro della città svizzera di Cologny, l’elevata mediaticità delle edizioni 2017 e 2018 risulta una notizia positiva, dato che nell’ultimo decennio l’appuntamento annuale di Davos, celebrato negli Anni Novanta come uno dei più grandi manifesti della globalizzazione, aveva perso notevolmente di smalto.

Complice sicuramente la crisi e il venir meno della compattezza di quello che Luciano Gallino aveva chiamato “il partito di Davos”, il forum era stato disertato da leader planetari di diversi Paesi di primaria grandezza: basti pensare che i due predecessori di Donald J. Trump, George W. Bush e Barack Obama, declinarono ogni invito alla partecipazione.

Come segnalato da Philip Stephens del Financial Times, con la presenza di Xi nel 2017 e Trump nel 2018 Davos sembra essere tornato di moda: e il fatto che la presenza dei leader delle due potenze mondiali decidano, a un anno di distanza, di utilizzare l’appuntamento annuale come piattaforma e palcoscenico per i loro discorsi al mondo è una notizia accolta favorevolmente, al di là dei contenuti dei messaggi, dai promotori di un’iniziativa che, pur di tornare nuovamente di moda, non esita a snaturare il suo ruolo originale di araldo della globalizzazione neoliberista.