A seguito dell’approvazione da parte dell’amministrazione Trump del Taiwan Travel Act, progetto di legge  che incoraggia gli scambi di visite tra funzionari statunitensi e di Taiwan a tutti i livelli, il vicesegretario di Stato per gli affari dell’Asia orientale e dell’area del Pacifico Alex Wong si è recato nell’isola a partire dal 20 marzo scorso per incontri ad alti livelli con le istituzioni del Paese, che formalmente Washington riconosce come appartenente alla Cina ma col quale intrattiene un legame solido, per quanto ufficioso.

A riportarlo è Agenzia Nova, che riporta al tempo stesso le dichiarazioni di insoddisfazione dell’ambasciata cinese negli Usa, eco delle durissime accuse lanciate da Xi Jinping contro quella che appare una prima mossa verso la revisione della One China policy ritenuta da Pechino caposaldo delle sue relazioni internazionali.

Intervenendo all’Assemblea Nazionale del Popolo nella giornata del 20 marzo, Xi ha lanciato un vero e proprio anatema contro l’apertura degli Usa a Taiwan, dichiarando che qualsiasi sforzo per separare Taiwan dalla Cina è “destinato a fallire” e andrà incontro alla “punizione della Storia”. Pechino e Taipei mantengono solidi rapporti economici e contatti diplomatici informali, ma la prima non ha mai receduto dalla rivendicazione della sovranità sul territorio della “provincia ribelle” a cui si contrappone dal 1949.

Cos’è il Taiwan Travel Act

Approvato da Camera dei Rappresentanti e Senato all’unanimità e convertito ufficialmente in legge da Donald Trump il 16 marzo scorso, il Taiwan Travel Act prevede, di fatto, un’incentivazione dei contatti tra gli Stati Uniti e l’erede della Cina nazionalista di Chiang Kai-Shek. Esso aggiorna il Taiwan Relations Act approvato nel 1979, poco dopo lo spostamento del riconoscimento americano da Taipei a Pechino, cercando di smussare le restrizioni imposte da Washington ai tempi sulla base del mutato contesto interno di Taiwan, trasformatosi in uno Stato democratico dotato di un dinamico sistema economico.

Nella sua analisi pubblicata su The Diplomat Gerritt van der Wees ha segnalato come di fatto l’approccio della diplomazia americana a Taiwan fosse largamente sorpassato dal mutare degli eventi, e come le precauzioni formali adottate per non scontentare la Cina (come la cautela di non riferirsi alla “provincia ribelle” come a uno “Stato”) non potessero più accompagnarsi a prese di posizioni rigide come l’imposizione di divieti ai contatti tra funzionari di Washington e Taipei.

La Cina non ci sta

Pechino, come detto, ha imposto la linea dura nella sua reazione alla manovra statunitense, ritenendo che dietro l’apertura a Taipei si celi la volontà di sfruttare la “provincia ribelle” come una piazzaforte strategica per avanzare la linea di contenimento della Repubblica Popolare e delle sue ambizioni strategiche sin dentro il proprio cortile di casa.

Il governo cinese, oltre che con le tuonanti parole di Xi Jinping, si è espresso attraverso un editoriale del Global Timesdichiarando di esser disposto a “contrattaccare” l’implementazione dei Taiwan Travel Act attraverso l’imposizione di bandi alla visita nella Repubblica Popolare di funzionari di Washington recatisi nell’isola, lo sviluppo di una pressione diplomatica sugli Stati Uniti in altri scenari rilevanti come quelli della Corea del Nord e dell’Iran e, non da ultimo, il rafforzamento del dispositivo militare nel Mar Cinese in vista di un eventuale scontro nello stretto di Taiwan.

L’apertura statunitense a un Paese che Pechino ritiene parte integrante del suo territorio rafforza la tensione venutasi a creare tra le due più grandi potenze mondiali a seguito dei dazi imposti dall’amministrazione di Washington. Su Taiwan rischia di aprirsi un nuovo braccio di ferro che potrebbe risultare deleterio, sul lungo termine, per il già fragile equilibrio geopolitico del Pacifico occidentale.

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