La geopolitica della corsa allo spazio
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La nomina di Manfred Weber alla presidenza del Partito Popolare Europeo nel congresso di Rotterdam segnala che la famiglia conservatrice, moderata e liberale del centro-destra europeo vuole rilanciarsi sulla scia di una presa di posizione chiara: il consolidamento della linea attuale che vede la Commissione europea, guidata proprio dalla popolare Ursula von der Leyen, fermamente opposta alla Russia di Vladimir Putin e la chiusura di ogni possibilità di ritorno di Viktor Orban e Fidesz in seno al Ppe.

Weber, 49 anni, originario della Baviera, membro della Csu, partito gemello della Cdu di Angela Merkel, è un veterano delle istituzioni comunitarie. Eletto eurodeputato  per la prima volta nel 2004, guida il gruppo del Ppe al Parlamento europeo dal 2014. Succede all’ex premier e presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

La svolta è importante per una serie di motivi. In primo luogo, consolidandosi alla guida del Ppe Weber prende una netta distanza dalla linea Merkel fondata, negli anni scorsi, proprio sulla perenne ricerca del compromesso con la creatura più aliena alla storia politica del Ppe, Fidesz, e con il convitato di pietra dell’Unione, Vladimir Putin. In quest’ottica qui un’altra figura politica di rilevanza internazionale che potrebbe vedere allontanarsi le residue possibilità di convergere verso il Ppe è Matteo Salvini, dato che Weber è sempre stato critico verso l’ipotesi di portare la Lega verso i popolari. Alla vigilia della sua elezione, parlando al Corriere della Sera, Weber aveva tracciato paletti precisi criticando i distinguo di Orban sui veti al petrolio russo: “è moralmente inaccettabile che stiamo ancora finanziando Putin e la sua guerra con la nostra bolletta energetica. Dobbiamo bloccare il petrolio russo”.

In secondo luogo, la Germania ottiene la presidenza del principale gruppo politico al Parlamento Ue dopo aver conquistato la guida della Commissione. E il fatto che sia Weber che von der Leyen siano esponenti della coalizione Cdu-Csu oggi all’opposizione è decisamente rilevante, dato che salda un continuum tra l’esecutivo “semaforo” di Olaf Scholz e i vertici delle istituzioni europee.

In terzo luogo, Weber è esponente della Baviera conservatrice e sarà garante di una graduale riscoperta del ruolo ideologico della visione politica della sua galassia di riferimento che ha già portato avanti in sede parlamentare. Il consociativismo con Socialisti, Liberali e Verdi in Europa è stato un obbligo per il Ppe in cerca di maggioranze stabili durante le ultime tre commissioni da lui guidate (Barroso, Juncker, von der Leyen) ma per Weber questo non significa porre le basi di un annacquamento valoriale. L’elezione di Roberta Metsola alla guida dell’emiciclo di Strasburgo ha, in un certo senso, anticipato questa svolta. La sfida sarà quella di difendere l’identità popolare anche a costo di segnalare dei netti distinguo con le altre formazioni. L’affondo del neo-eletto Weber sui Verdi, che parla tanto alla politica europea quanto a quella tedesca, testimonia la discontinuità. I Verdi “hanno votato contro tutte le proposte sulla difesa europea nel Parlamento Europeo. Solo dal 24 febbraio”, giorno dell’invasione dell’Ucraina, “si sono svegliati. Prima di allora, per i Verdi, solo un esercito debole era un esercito buono”.

Infine, ed è questo il punto più importante, Weber rilancia la prospettiva di una cultura di governo da parte della destra istituzionale europea aprendo al distacco con i movimenti populisti e sovranisti. “Le sfide di oggi, la pandemia, la guerra, la recessione, l’inflazione viviamo in tempi di prova. L’Europa è di nuovo a un punto di svolta. Ma i tempi politici seri, sono tempi per noi. I tempi politici critici non sono un momento per mettersi in mostra, ma un momento per la responsabilità, la credibilità, tempi per il Ppe”, ha dichiarato Weber, sottolineando di volersi scrollare di dosso la minaccia maggiormente percepita per il futuro della formazione, ovvero “la stretta tra i populisti di destra e il centro liberale”. Il dilemma “Orban o Macron” già emerso negli scorsi mesi e a cui Weber è stato chiaro: tra il rischio di uno smottamento legato all’apertura ai populisti e quello di un annacquamento centrista la sua scelta è un consolidamento delle linee. Linee magari più ristrette ma più difendibili sotto il profilo politico. Per evitare smottamenti paragonabili a quello francese, ove Valerie Pécresse, la candidata dei Repubblicani, è stata fagocitata alle ultime elezioni da Macron e Eric Zemmour.

Weber ha pagato, in passato, questo schiacciamento a cui il Ppe, nelle sue diverse anime, era andato incontro con una frenata nella sua ascesa. Nel 2019 era il candidato ufficiale del Ppe per la presidenza della Commissione europea, ma venne bloccato dall’opposizione del presidente francese Emmanuel Macron che preferì dare il suo appoggio a Ursola von der Leyen, ritenendo troppo spostato sul fronte conservatore il politico bavarese. Ora la sua presa di posizione su un’agenda conservatrice, pienamente democratica, non ambigua sul fronte dell’adesione al campo atlantico e al contrasto alla Russia e liberale mira a rafforzare il Ppe non solo nelle istituzioni comunitarie, dove è saldamente in testa all’Europarlamento, ma anche nei singoli Stati. Oggi alla famiglia dei popolari appartengono 7 dei 27 leader che siedono al tavolo del Consiglio europeo (Grecia, Austria, Cipro, Romania, Croazia, Lituania, Lettonia) e l’obiettivo è ampliare il perimetro nei prossimi anni. Tornando in sella nei Paesi-guida dell’Ue: Germania, Spagna, Francia e Italia. Sulla base di una piattaforma politica che mira a fare della coerenza il suo punto forte.

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