L’utilità di un bene, nella versione utilitarista di Jeremy Bentham, dipende dalla contestualizzazione del bene stesso: mettiamo a confronto un diamante con un bicchier d’acqua, ovvero riproponendo il paradosso dell’acqua e dei diamanti associato a Adam Smith, però localizzando questo paragone in due aree geografiche diverse. Pensiamo ai due beni in Occidente, e certamente la bilancia andrebbe a favore del diamante. Ma pensiamo invece ad una zona desertica, o in via di desertificazione: ebbene qui si incomincia a capire l’importanza dell’acqua, e il perché la profilassi di questo bene sia stata inserita all’interno dei Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite.

Le risorse idriche sono necessarie non solo al sostentamento delle popolazioni, ma anche allo sviluppo agricolo ed industriale di un Paese: pensiamo all’importanza dell’acqua nell’agricoltura, nella pesca, nell’industria che non potrebbe fare a meno di questa risorsa in diverse fasi della produzione, ma soprattutto nella vita umana, che dipende proprio da questa risorsa.

L’area geografica che visivamente ha subito maggiori perdite di risorse idriche è l’Asia centrale, proprio quel territorio che comprende dei laghi talmente grandi che possono (o potevano) essere considerati dei mari interni. Il lago di Aral era uno di questi bacini idrici, un bacino che coinvolgeva direttamente cinque Repubbliche ex-sovietiche tra cui, l’Uzbekistan, il Kazakhstan, il Tajikistan, il Kyrgyzstan ed il Turkmenistan.

A causare la scomparsa del bacino idrico sono state le politiche industriali dell’Unione Sovietica, effettuate tra gli anni ’50-’80, al fine di sviluppare una imponente produzione di cotone nell’area desertica dell’Uzbekistan, facendo divenire questa Repubblica uno dei maggiori produttori “dell’oro bianco”. Per favorire questa industrializzazione è stato necessario deviare, alcuni corsi d’acqua proprio verso l’Uzbekistan, ma al tempo stesso privando l’Aral di risorse idriche consistenti. L’egoismo umano ha creato uno dei disastri geologici più drammatici del XX secolo, e ha lasciato alle future generazioni non un comune deserto, ma un deserto di sale e di tossicità causato dai diserbanti che venivano immessi nel lago. Del grande lago oggi rimangono solo piccoli bacini separati tra loro, e rispetto allo specchio d’acqua originale vi è rimasto un misero 10%.

Anche il mar Caspio, il bacino idrico più grande del mondo, sta rilevando un consistente abbassamento delle acque, che potrebbe portare allo stesso processo del cosiddetto “mar d’Aral”. 

Quello del lago d’Aral è solo un esempio rispetto alla scarsità delle risorse idriche provocate dalla mano dell’uomo, e per questo la prevenzione delle acque è divenuta una preoccupazione comune, tale da coinvolgere diversi attori a livello internazionale. La questione della carenza dell’acqua potrebbe portare a delle pretese da parte di alcuni Stati, o etnie. Per questo motivo, si è sviluppata parallelamente a questi fenomeni una diplomazia sovranazionale, al fine di preservare i bacini idrici esistenti, e di prevenire eventuali conflitti. Questo tipo di diplomazia è nota come Water Diplomacy.

La Water Diplomacy può essere definita come l’utilizzo di strumenti diplomatici per la risoluzione dei conflitti, esistenti o emergenti, sulle risorse idriche condivise, con lo scopo di risolverli, o quantomeno mitigarli per garantire la pace e la stabilità regionale.

Ad esempio nel caso concreto della questione dell’Asia centrale, questo tipo di diplomazia era stata avviata dopo caduta dell’URSS e la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti nel 1991, ma cruciali furono gli incontri svolti tra il ‘93 e il ’95, che permisero la nascita dell’IFAS (l’International Found for saving the Aral Sea), l’organizzazione regionale che è nata proprio per stabilire un forum di discussione, e per presentare dei progetti comuni attraverso delle decisioni vincolanti per tutti gli Stati membri. La Water Diplomacy però non si è limitata alla partecipazione degli Stati geograficamente coinvolti, ma anche di altre organizzazioni internazionali, tra cui l’OSCE e ancor di più le Nazioni Unite tramite le sue agenzie specializzate. La Banca Mondiale è l’agenzia che ha sostenuto economicamente i progetti più importanti, soprattutto nel Piccolo Aral, ovvero la porzione settentrionale del lago presente nel Kazakhstan. Grazie alla costruzione di una diga si è riusciti a garantire un aumento del livello delle acque e di conseguenza un aumento della pescosità. Questo intervento della diplomazia idrica è stato funzionale a mitigare le contese che si stavano accendendo nella Regione asiatica, che vedevano una doppia complicazione, di cui una era legata alle risorse idriche, l’altra a quelle energetiche.

Come anzidetto la questione idrica non è purtroppo circoscritta alla Regione asiatica centrale, ma ci sono Paesi che già si preparano al controllo dei principali corsi d’acqua: pensiamo alla costruzione della diga turca sul fiume Tigri che potrebbe inaridire l’intera Mesopotamia, oppure di quella etiope sul Nilo azzurro che preoccupa tutti gli Stati bagnati dal Nilo, in particolare Sudan ed Egitto. In caso di una futura siccità questi Paesi avrebbero il controllo totale, ovvero un monopolio, su un bene così prezioso, ma che al tempo stesso potrebbe spingere i Paesi assetati al conflitto: si passerebbe dalla diplomazia idrica alle guerre dell’acqua.

La scarsità dell’acqua, quindi, avrebbe un impatto negativo sulla pace e la sicurezza internazionale: in questo frangente risulta fondamentale favorire la cooperazione regionale e soprattutto la Water Diplomacy, per consentire un utilizzo consapevole delle risorse idriche nell’interesse delle presenti e delle future generazioni. Perciò la Water Diplomacy si configura come un ramo della diplomazia applicato alle questioni bilaterali o multilaterali rispetto alle questioni idriche. In tal senso la diplomazia idrica coinvolge fasi diplomatiche come il dialogo, la negoziazione e la riconciliazione fra Stati per scongiurare eventuali conflitti, o un utilizzo sconsiderato delle risorse idriche. 

La diplomazia idrica include anche una serie di convenzioni ed accordi a livello internazionale e regionale. Nel 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione A/RES/292, che riconosce formalmente che l’utilizzo di acqua potabile sia un diritto umano essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani. Tuttavia, la Risoluzione ha solo un valore di raccomandazione, e cioè non vincolante per gli Stati. Accanto a questa misura ci sono molte altre convenzioni internazionali che si occupano della gestione delle acque, ma centrali in questo discorso risultano gli SDG delle Nazioni Unite e gli Accordi sul Clima di Parigi

Anche l’UE ha sviluppato una forte consapevolezza circa questo fenomeno: pertanto la conservazione dei bacini idrici viene considerata come strumento di politica estera, al fine di prevenire eventuali conflitti tra Stati, oppure sanguinose guerre civili. Sia le Nazioni Unite che l’UE contrastano l’utilizzo delle risorse idriche a scopi bellici: troppo spesso si è sentito parlare di risorse idriche avvelenate, di dighe occupate o distrutte al fine di colpire gli avversari in uno scontro, o peggio ancora di colpire i civili innocenti.  

Il paradosso dell’acqua e dei diamanti, insieme all’esempio del lago d’Aral, dovrebbero spingerci ad una riflessione riguardo l’utilizzo consapevole delle risorse idriche. Nella fattispecie della diplomazia idrica, risulta ancora più importante rafforzare questa attività in considerazione ai cambiamenti tecnologici e allo sviluppo scientifico, ai processi di globalizzazione, ai contesti sociali e politici e soprattutto ai cambiamenti climatici, che rendono sempre cangiante e più incerto il futuro del pianeta.