Rivoluzionario, avanguardistico, addirittura utopico: a partire dal 2015, l’esperimento politico-sociale del Kurdistan siriano, meglio conosciuto in Occidente come Rojava, è stato definito con iperbolici aggettivi mano a mano che in tutto il mondo si diffondeva la fama della coraggiosa resistenza opposta dalle Unità di Protezione Popolare (YPG) a partire dalla cruenta battaglia di Kobane.La tenace opposizione della regione de facto autonoma del Nord della Siria agli assalti dei miliziani dello Stato islamico è stata raccontata a lungo sulla base di una narrazione confusa nella quale sul coraggio leonino delle milizie curde e dell’organizzazione armata della Forze Siriane Democratiche, creata sul finire del 2015 per conglomerare al suo interno i combattenti del Rojava di etnia diversa, venivano appiattite le complesse, variegate e delicate dinamiche regionali in cui l’entità si trova immersa e il suo posizionamento nel turbinoso scenario siriano.Da un lato, infatti, è innegabile come sia decisamente da sottolineare il risultato conseguito dal Rojava nello stabilimento di un ordine politico tutto sommato saldo e di un sistema istituzionale completamente nuovo, fondato sui principi del “confederalismo democratico” di Abdullah Ocalan e garantito da un saldo consenso popolare al pari delle recenti riforme basate sull’istituzione di un’economia a tutti gli effetti “sociale”, definita da Michele Giorgio su Il Manifesto come un “ripensare all’economia come una scienza con la funzione di garantire il soddisfacimento delle necessità primarie degli esseri umani, dal lavoro al cibo all’assistenza sanitaria, sapendo di avere a disposizione risorse limitate, anche a causa della guerra, e non potendo contare sulle tante professionalità locali costrette ad emigrare”.Dall’altro, invece, è necessario sottolineare come la resistenza e la sopravvivenza stessa del Rojava siano stati garantiti, nell’ultimo biennio, dalla delicata congiunzione tra il supporto militare statunitense e la tacita non belligeranza con le forze del governo di Damasco, favorita dalla comune opposizione all’Isis e a cui in seguito è andata ad aggiungersi la crescente simpatia della Russia per la causa curda, che ha pesato notevolmente nella proposta di Costituzione per la Siria uscita dai colloqui di Astana, fondata su un sostanziale decentramento amministrativo.Tale congiunzione si scontra, in ogni caso, con la sostanziale natura antitetica delle aspirazioni del governo del Rojava, oggi guidato dai co-Presidenti Mansur Selum e Hediya Yousef, e delle autorità centrali siriane, da cui il primo non ha mai proclamato l’effettiva secessione; tra il 2015 e i primi mesi del 2017 sul tema è stata condotta una fitta opera di mediazione, e l’élite di Damasco è nettamente divisa tra coloro che ritengono possibile la convergenza di un Rojava decentralizzato all’interno di una Siria globalmente più coesa e coloro che, al contrario, propugnano un ritorno a un controllo ad ampio raggio da parte della capitale dopo la fine della guerra.In ogni caso, ultimamente le acque sembrano essersi fatte notevolmente più turbolente a seguito della completa rottura tra gli Stati Uniti e il governo di Bashar Assad, che ha prodotto una serie di ripercussioni difficili da decifrare nei primi, agitati giorni seguiti al raid di al-Shayrat.L’entrata a gamba tesa di Washington, per quanto riguarda il Rojava, combacia con la continua crescita del supporto militare fornito dagli Stati Uniti al Kurdistan siriano a partire dall’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca. Portando avanti un delicato bilanciamento tra la volontà di recuperare la declinante relazione con la Turchia di Erdogan, acerrima rivale del Rojava, Trump è venuto incontro alla visione strategica espressa a febbraio in un articolo della rivista National Intrest, nel quale l’aumento dell’impegno di Washington nel Kurdistan siriano veniva salutato come una possibile via per il recupero dell’influenza americana in terra siriana. Dopo il raid di al-Shayrat, in ogni caso, a scoprire le proprie carte sono stati gli stessi curdi del Rojava: il comandante dell’YPG Salih Muslim ha infatti dichiarato che “’gli Usa non devono solo bombardare il regime ma tutte le forze che usano la violenza contro i civili’’ , esplicitando una scelta di campo che, sul lungo termine, potrebbe portare a una pericolosa fratturazione della Siria, a cui guarderebbe con interesse anche Israele. Tel Aviv, ha scritto Macer Gifford sul Jerusalem Post nel luglio 2015, “potrebbe scoprire nel Rojava non solo un grande partner commerciale alle sue porte ma anche un amico fidato”.Le ambizioni dei curdi siriani sono dunque rinfocolate dal sostegno americano: se in futuro la marcia delle Ypg e delle Forze Siriane Democratiche dovesse portare, col sostegno diretto o indiretto delle forze a stelle e strisce, all’occupazione di aree storicamente esterne al Kurdistan siriano, come quelle oggetto dell’offensiva verso Raqqa che, iniziata il 6 novembre scorso, ha portato il Rojava a strappare oltre 7.400 chilometri quadrati di territorio all’ISIS, le conseguenze in campo siriano potrebbero essere decisamente imponderabili. Il sottile paradosso su cui è poggiata la stabilità del Rojava, in ogni caso, appare ininfluente agli ambienti che persistono nell’idealizzare un’esperienza politica, militare e sociale che, nei fatti, è il frutto di una serie di contingenze e circostanze destinate a soppesarsi l’un l’altra fino all’intervento di un fattore esterno di rottura. L’archetipo rivoluzionario del Kurdistan settentrionale sopravvive e combatte tenendo ben presente una precisa realpolitik che però potrebbe essere incrinata nel caso di un’eccessiva reiterata proiezione unilaterale quale quella condotta in occasione della sfida di Washington alla Siria di Assad. La saldatura tra l’ala interventista dell’amministrazione americana e il Rojava ritenuto il principale baluardo antimperialista in Medio Oriente non suscita in ogni caso grattacapi ai paladini liberal, da Bernard Henry-Lévy al vignettista Zerocalcare, di un’utopia che, alla prova dei fatti, è una realtà ben più caleidoscopica. La cosa non ci sorprende affatto: per un’ampia fetta del mondo informativo e culturale occidentale, infatti, l’astrazione è l’unica chiave di lettura accettata per cercare (vanamente) di comprendere gli sviluppi del caotico teatro siriano.
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