La sparatoria avvenuta a pochi isolati dalla Casa Bianca non è solo un episodio di violenza in una città ormai abituata all’emergenza permanente. È il punto di collisione tra tre linee di frattura che attraversano oggi gli Stati Uniti: l’eredità tossica della ritirata dall’Afghanistan, la gestione politica della sicurezza interna e un clima nazionale che, tra polarizzazione e rancori accumulati, somiglia sempre più a una polveriera.
Il ritorno dell’Afghanistan nel cuore di Washington
L’uomo che ha aperto il fuoco – afghano, 29 anni, ex collaboratore dell’esercito americano e della CIA a Kandahar – appartiene a quella categoria di profili che gli Stati Uniti hanno evacuato in tutta fretta nell’estate del 2021. Doveva essere un alleato, uno di quei “locali” che Washington aveva promesso di proteggere dopo vent’anni di operazioni militari. Ma la fretta della ritirata ha prodotto liste d’imbarco disordinate, controlli affrettati e una certa impreparazione nell’assorbire migliaia di arrivi in poco tempo. Ciò che oggi appare evidente è che non tutte le storie erano state verificate con la cura necessaria.
Il direttore della CIA, John Ratcliffe, lo ha ammesso quasi a denti stretti: il sospettato è entrato grazie a un processo di screening gestito dall’amministrazione Biden, e avrebbe dovuto essere valutato in modo più rigoroso. Un riconoscimento raro, che mostra quanto l’America stia ancora pagando la confusione di quelle settimane caotiche.
Una capitale militarizzata, sintomo di un Paese fragile
L’attacco arriva in una Washington già blindata. Da agosto, Donald Trump ha schierato migliaia di soldati della Guardia nazionale per “stabilizzare” una città colpita da violenze politiche, scontri di piazza e un aumento della criminalità. La capitale è protetta come un avamposto sotto minaccia, con pattuglie armate nei quartieri centrali e controlli visibili intorno agli edifici federali. Che un assalitore riesca comunque a colpire due soldati a due passi dal cuore del potere è un segnale inquietante: la militarizzazione non basta, se il sistema resta attraversato da tensioni interne che nessun cordone di sicurezza può davvero assorbire.
Trump usa l’attacco per ridisegnare l’agenda politica
Il presidente non ha aspettato un minuto per collegare l’accaduto al tema che ha riportato al centro della sua campagna: l’immigrazione. L’ha definito “atto di terrore”, ha denunciato l’arrivo incontrollato degli afghani durante l’era Biden e ha ordinato la revisione completa di tutti i dossier delle persone evacuate nel 2021. Una mossa politica calibrata per parlare al suo elettorato e per rilanciare la narrativa secondo cui la sicurezza nazionale è stata messa a rischio non da un nemico esterno, ma da scelte interne disastrose.
Che l’attacco abbia un movente politico o personale non è ancora chiaro. Ma la vicenda entra comunque nel linguaggio della contesa tra repubblicani e democratici, diventando un argomento da schieramento più che un caso da analizzare con freddezza.
Una crisi istituzionale che si intreccia con la crisi di sicurezza
Il Pentagono ha deciso di inviare altri 500 militari a Washington, portando la presenza totale a più di 2.500. La municipalità democratica accusa Trump di abuso di potere, e la battaglia legale continua. È un capitolo della guerra istituzionale che ormai accompagna qualunque decisione federale. Anche la sicurezza – che in teoria dovrebbe unire – diventa terreno di scontro. In questo clima, ogni attacco, ogni sparatoria, ogni tensione rischia di trasformarsi in argomento politico prima ancora che in emergenza da gestire.
Gli Stati Uniti davanti al loro paradosso
L’America vuole essere superpotenza all’estero, ma vive una fragilità crescente all’interno. Il Paese che ha investito miliardi nella sicurezza globale si ritrova a fare i conti con una capitale militarizzata, una popolazione esasperata, movimenti radicalizzati e una fiducia nelle istituzioni ai minimi storici. L’attacco di Washington non è un episodio isolato: è uno specchio. Riflette un sistema che fatica a proteggere se stesso e una società che ha interiorizzato l’idea che la violenza possa scoppiare ovunque, anche a due isolati dalla Casa Bianca.
L’ex collaboratore afghano che apre il fuoco sulle pattuglie americane non rappresenta solo una falla nei controlli. Rappresenta l’incapacità delle grandi potenze di chiudere davvero le guerre che iniziano. L’Afghanistan, che l’America pensava di aver lasciato alle spalle, continua a tornare. E torna nel modo più doloroso: come ferita aperta nel cuore della sua stessa capitale.

