Vzyatka, ovvero: bustarella in Russia

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Timur Ivanov, 48 anni, fino a due giorni fa vice-ministro della Difesa, è il più recente e anche il più altolocato nella lunghissima lista dei funzionari russi arrestati per corruzione. Ivanov era addetto all’edilizia militare ed era quindi nella posizione perfetta per estorcere bustarelle agli imprenditori a caccia di appalti. E non a caso due di loro sono finiti in prigione con lui. Pare che le tangenti pretese da Ivanov fossero pesantissime, tanto che la magistratura russa ha bloccato i conti e i beni suoi, della moglie attuale, dell’ex moglie e dei cinque figli dei due matrimoni. Ivanov occupava una posizione cruciale nel cuore del ministero ovviamente più impegnato nello sforzo bellico russo, e in un Governo che al settore industrial-militare sta dedicando risorse sempre più ingenti (il 4,06% del Pil, in cifre assolute 140 miliardi di dollari), il che ha autorizzato anche altre ipotesi, oltre alla corruzione: analisti e giornalisti russi hanno sottolineato che i parenti dell’ex vice-ministro viaggiavano un po’ troppo spesso in Paesi della Nato, mettendo così in circolo la tesi che Ivanov, corrotto o no che fosse, potesse pure essere un traditore.

Nelle stesse ore in cui finiva dietro le sbarre il potente Ivanov, analoga sorte toccava a Svetlana Strigunkova. Chi è costei? Nome ignoto alle cronache occidentali, ovviamente, ma personaggio di una certa potenza: vice-capo del Governo della regione di Mosca, la più ricca e sviluppata della Federazione Russa. L’accusa? Corruzione, ovviamente. La Strigunkova, che avrebbe intascato una bustarella da 150 milioni di rubli, è stata a sua volta “tradita” da Aleksandr Zakharov, ex vice-ministro regionale della Sanità, che in passato aveva avuto la donna come ministro e quindi ne conosceva bene la vocazione al maneggio.

Ivanov e la Strigunkova erano in due categorie diverse, ovviamente. Ma vanno solo a infoltire la pletora di alti funzionari dell’amministrazione centrale o locale finiti in manette negli ultimi mesi, dalla vice-capo delle dogane agli alti ufficiali della polizia beccati con le solite ville barocche dotate di bagni con rubinetti d’oro. La loro (peraltro tardiva) disgrazia testimonia della corruzione clamorosa e diffusa dei quadri dirigenti della politica russa. Tanto che nel dicembre scorso Sergej Fedotov, governatore dell’oblast’ di Penza, è stato ufficialmente premiato per aver rifiutato una “busta” da tre milioni di rubli. E i dati che arrivano dal settore militare, di fatto, allargano la considerazione a tutti coloro che possono stare su uno scalino più alto di quello dei semplici cittadini: nel 2019 erano stati 293 i militari di professione a essere condannati per corruzione, nel 2022 erano già 434 (il 48% in più rispetto). Nel complesso, il numero dei dipendenti delle forze armate e delle organizzazioni paramilitari (compresi coscritti e civili) condannati per corruzione è stato di 351 persone nel 2019 e di 678 persone nel 2022 (+ 93%). Insomma, chi comanda ruba.

Transparency International (a proposito: l’organizzazione è stata dichiarata “indesiderabile” in Russia nel marzo 2023 e da allora opera dall’estero), nel suo ultimo rapporto, ha piazzato in testa alla classifica della trasparenza la Danimarca, con un punteggio di 90/100. La Russia, con 26/100, è al 141° posto su 180 Paesi censiti (subito dietro il Camerun, a pari merito con Kirghizistan, Uganda e Guinea), non un gran risultato. D’altra parte, lo spazio post-sovietico è quello più colpito dal problema della corruzione, superato solo dall’Africa sub-sahariana. Nella graduatoria di cui sopra, il Paese meglio piazzato è l’Estonia (12° posto con 76/100, come il Canada). La Lituania è al 34° posto (come il Portogallo), la Lettonia al 36° (come la Spagna), la Moldavia al 76°, il Kazakstan al 93°, la Bielorussia al 98°, l’Ucraina al 104°, l’Uzbekistan al 121°, il Tagikistan al 162° e il Turkmenistan al 170°. Detto che l’Italia è al 42°, dalle parti dell’ex Urss la bustarella, come avrebbe detto Celentano, “è di moda, chi non l’ha ripudiato sarà”.

Ma torniamo a Ivanov. Il suo arresto è stato letto da molti anche come un brusco colpo portato dal Cremlino allo stesso Sergej Shoigu, il ministro della Difesa. Si dice che Shoigu non fosse stato informato della sorte che attendeva il suo vice, tanto che i due hanno tenuto una riunione di alto livello proprio il giorno prima che Ivanov venisse arrestato. I meccanismi della lotta politica in Russia somigliano poco ai nostri, quindi ogni ipotesi somiglia a un azzardo. Noi siamo un po’ scettici al riguardo. Shoigu ha una carriera politica lunga come quella di Putin (nel 2000, quando quello diventava presidente per la prima volta, lui era il segretario politico del partito putiniano Russia Unita) e ha sempre mostrato una straordinaria tenacia e accortezza nella scalata al vertice. A parte lo stesso Putin e Sergej Kirienko (via capo dell’amministrazione presidenziale), Shoigu è l’unico personaggio di un qualche rilievo dell’era Eltsin (fu ottimo ministro delle Situazioni di emergenza dal 1994 al 2012) ad avere tuttora un incarico di grande rilievo, e come ministro della Difesa è stato protagonista della riorganizzazione delle forze armate e dell’ammodernamento degli arsenali russi. Sarebbe curioso che Putin, in piena guerra, avesse deciso di ridimensionarlo o addirittura di silurarlo.

Si deve quindi tornare a quanto abbiamo già scritto in queste pagine, cioè alla particolare struttura della struttura di potere putiniana. Al Cremlino siede lo zar. Sotto di lui vassalli, valvassori e valvassini godono di relativa autonomia, nel caso anche di rubare, fino a quando restano fedeli alle grandi scelte strategiche del vertice. Nessuno, però, gode di impunità. Chi esagera o non rispetta la linea, è fuori. Ed è sempre più chiaro che il nocciolo duro del potere dello zar sta nei servizi di sicurezza, soprattutto l’Fsb, il controspionaggio, la longa manus che può raggiungere chiunque provi a sgarrare. Basti pensare che tra il 2021 e il 2023 le spese nel bilancio dello Stato per la sicurezza nazionale e le forze dell’ordine sono cresciute del 60%, mentre quelle per la Difesa (con una guerra in corso) “solo” del 30%. Ivanov, quindi, paga le colpe sue eventuali, ma anche la necessità di dare un segnale forte al sistema, evidentemente ormai avvertita dal Cremlino. Meno cruento ma non meno significativo, è una specie di secondo “caso Prigozhin”. A buon intenditor…