Chi vuole spaccare la Siria?

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Politica /

Divide et impera. Una strategia che vale sempre, in ogni contesto bellico, politico ed economico. Ed è una strategia che vale anche per la Siria, a detta di molti analisti. Sin dall’inizio della guerra in Siria, molti osservatori hanno ritenuto che l’unica soluzione al conflitto fosse quella di spartire la Siria in base a supposte divisioni etniche, confessionali o politiche. Una cosiddetta “balcanizzazione” che avrebbe condotto a dividere la vecchia nazione siriana in almeno tre parti. Una del Sudest e orientale, legata ai sauditi e alla coalizione internazionale, una del Nordest a maggioranza curda, con gli americani e le potenze occidentali a fare da garanti e una, dell’Ovest, che sarebbe diventata in buona sostanza la parte rimanente della Siria di Bashar Al Assad e dei suoi alleati, con la garanzia della permanenza delle basi militari russe del confine terrestre con gli alleati di Hezbollah.

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Questa tripartizione ha per anni avuto un certo peso nella politica estera delle potenze impegnate nel conflitto in Siria ed è stata una soluzione per molto tempo considerata quale l’unica capace di garantire un futuro stabile al Medio Oriente. L’evoluzione del conflitto ha però modificato i piani, e, come sempre, la realtà è andata a incidere sensibilmente sui progetti. Gli incontri di Astana, che per molti dovevano essere la ratifica di questa sostanziale tripartizione, hanno dimostrato come in realtà questa divisione della Siria fosse molto più complessa di quanto si potesse credere, e l’avanzata dell’esercito di Damasco, con l’appoggio degli alleati russi, iraniani e libanesi, ha portato sul tavolo una Siria ben diversa da quella che era attesa dagli strateghi militari occidentali e del Golfo Persico. Tuttavia, nonostante i risultati bellici ottenuti dal governo di Damasco, esistono ancora sacche di resistenza che permettono di riflettere sulla possibilità di una spartizione dello Stato siriano in base a logiche politiche e di interessi internazionali. A questi, di contro, vi è però una parte di Stati che non ha alcun interesse ad avere una Siria divisa, ma che anzi ritengono necessario avere un Paese unito. Paesi che non sono solo gli alleati di Assad, ma anche Paesi che lo osteggiano ma che nulla avrebbero da guadagnare da una Siria balcanizzata.

Per quanto concerne i Paesi interessati a relegare lo Stato siriano nella storia e a trasformarlo in un insieme di Stati indipendenti, si possono citare, evidentemente Israele, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. I motivi sono del tutto evidenti: togliere in un solo colpo un alleato dell’Iran, della Russia e di Hezbollah; in pratica i tre maggiori nemici, attualmente, dei tre Stati citati sopra. Come ha dichiarato Boris Dolgov, analista dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze della Federazione Russa, all’agenzia russa Riafan, questo obiettivo è presente nei piani alti del Pentagono già dal 2011, ed è stato appoggiato da subito dai maggiori alleati degli Stati Uniti nella regione mediorientale. Una prospettiva rilanciata ora dall’accordo sulle zone di de-escalation e che sembra essere stata oggetto del primo incontro fra Trump e Putin avvenuto nelle ultime ore ad Amburgo in occasione del G-20.

Ai sostenitori di questa tripartizione della Siria, si aggiungo però coloro che da questa Siria divisa non avrebbero poi tanto da guadagnare. In primis, ovviamente, i suoi alleati, e prima di tutto l’Iran, che perderebbe un preziosissimo alleato in Medio Oriente e che si vedrebbe troncata l’idea della cosiddetta Mezzaluna sciita da Teheran al Mediterraneo. Una Siria divisa equivarrebbe alla fine di questo piano, ed è in fondo il motivo per cui Israele e Arabia Saudita hanno fortemente puntato su questa possibile soluzione del conflitto. La Russia perderebbe un alleato, è vero, ma il mantenimento delle basi militari nel Mediterraneo Orientale, si pensi a Tartus in particolare e Latakia, comunque sarebbe un modo per accontentare il Cremlino e la sua idea di rimanere ancorato in Medio Oriente. Il problema però è che la Russia in questa guerra si è giocata moltissimo, trasformando la guerra di Siria contro lo Stato Islamico nel manifesto della nuova Russia non più chiusa nei suoi confini come fortezza sotto assedio, ma come superpotenza di un nuovo mondo multipolare. La fine di Assad e la tripartizione della Siria, pur con una regione ancora filorussa, sarebbero in conclusione una vittoria di Pirro, se non una vera e propria sconfitta.

Un aiuto in questo senso potrebbe arrivare dalla Turchia, la mina vacante dello scacchiere geopolitico mediorientale. Erdogan aveva puntato tutto sulla caduta di Assad per espandere la propria sfera d’influenza nel Medio Oriente. Poi qualcosa è cambiato con due episodi fondamentali: il fallito golpe del 2016 e l’espandersi delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti. Erdogan voleva rovesciare Assad per ottenere il controllo della Siria e delle opposizioni siriane in caso di vittoria nella guerra civile, ma non aveva immaginato che le forze statunitensi e occidentali – in teoria alleate nella NATO – avrebbero sostenuto le forze militari curde che vogliono un Kurdistan indipendente nel settentrione della Siria. Una tripartizione del Paese con un nordest in mano curda sarebbe, per Erdogan e la Turchia, una catastrofe e l’inizio, molto probabilmente, di un’escalation militare tra Turchia ed eventuale nuovo stato curdo di cui già si vedono, da molti mesi, i primi segnali. E dunque se da un lato la Turchia potrebbe guadagnarci dalla perdita di un competitor del Medio Oriente, dall’altra, i rischi di una sollevazione curda esaltata dalla nascita di un Kurdistan siriano oltre il confine turco, sarebbero una minaccia costante alla già fragile stabilità della repubblica turca.