Dopo tre lunghe settimane, il primo ministro slovacco è tornato a parlare in un video su Facebook.

E, anche se la sua convalescenza prosegue, pare proprio che Robert Fico sia scampato al pericolo, al punto che si è detto disposto a “riprendere il lavoro già da fine giugno”. Il premier slovacco ha dichiarato che “non prova rancore nei confronti del suo assalitore”, ovvero Juraj Cintula, che lo scorso 25 maggio, durante un’apparizione pubblica, tra una stretta di mano e l’altra, lo ha quasi assassinato a colpi di pistola. Un attentato che ha portato Fico a lottare per la vita, mentre, sia in patria che all’estero, in molti si sono interrogati sulle motivazioni dell’assalitore, e sulla possibilità che questo non abbia agito da solo. Ne è convinto anche il primo ministro, che nello stesso video ha sostenuto: “Non ho ragione di credere che sia stato un attacco di un pazzo solitario”. Per Fico si tratterebbe bensì di “un messaggero d’odio di un’opposizione frustrata”.
Il poeta settantenne, convinto sostenitore di Kiev – questa è stata la descrizione apparsa sui media mainstream – è stato arrestato il giorno stesso dell’attentato, pochi minuti dopo il fatto. Tuttavia, le perplessità circa la sua posizione permangono, come sottolinea anche Kit Klarenberg, in un articolo del Ron Paul Institute.
Quella telefonata per “mettere in guardia” il premier della Georgia
Il quadro si allarga e la questione si infittisce anche su un altro fronte, quello georgiano. Quanto accaduto a Robert Fico, infatti, potrebbe replicarsi, ma stavolta ai danni di Irakli Kobakhidze, primo ministro della Georgia. Lo stesso premier ha dichiarato: “Un commissario dell’UE mi ha detto che dopo quanto avvenuto a Fico, dovrei stare molto attento”. La minaccia a Kobakhidze è arrivata all’indomani dell’entrata in vigore della cosiddetta “legge russa”, ovvero un provvedimento sulla “trasparenza dell’influenza straniera”, che impone alle ONG e ai media finanziati per oltre il 20% da fondi esteri, di dichiarare tali finanziamenti e registrarsi in qualità di “rappresentanti di interessi di una potenza straniera”. Una legge fortemente contrastata da Stati Uniti e Ue, che hanno fatto pressioni debite e indebite sulla leadership georgiana.
Tornando alla minaccia a Kobakhidze, questa sarebbe avvenuta durante una telefonata tra il premier georgiano e Oliver Varhelyi, commissario europeo che lavora ai dossier riguardanti l’allargamento della Ue e subordinato alla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. Varhelyi ha confermato il contenuto della telefonata a Kobakhidze, compreso l’accenno a Fico, ma negando ovviamente che fosse una minaccia. Il suo intento, ha spiegato, era quello di “dissuadere la leadership politica georgiana dall’adottare restrizioni sulle ONG finanziate dall’estero”.
E il cenno alla sorte di Fico era solo per “mettere in guardia il primo ministro [georgiano] suggerendogli di non infiammare ulteriormente la situazione già fragile”. Infatti, “livelli tanto elevati di polarizzazione” avrebbero potuto provocare in Georgia un incidente simile a quello avvenuto a Fico. Quasi a dire che il premier slovacco si è cercato le pallottole che lo hanno raggiunto e quasi ammazzato (narrativa, peraltro, molto in voga sui media mainstream).
La legge russa e i finanziamenti americani
La “legge russa”, chiamata così in virtù di un simile provvedimento adottato dalla Federazione Russa nel 2003 (anche se la norma georgiana è meno restrittiva), ha infiammato gli animi occidentali, Washington in particolare, che promette di imporre sanzioni e di “rivedere i rapporti tra Stati Uniti e Georgia”.
“I documenti pubblici – scrive Klarenberg sul sito del Ron Paul Institute – mostrano che gli specialisti dei regime-change del governo statunitense presso il National Endowment for Democracy (NED) hanno pompato milioni nelle ONG e nei media della Slovacchia per sostenere iniziative apparentemente banali come il ‘rafforzamento della società civile’ e la ‘promozione dei valori democratici tra i giovani’”. Un linguaggio pressoché uguale “a quello utilizzato per le sovvenzioni inviate in Georgia, con finanziamenti pervenuti a gruppi che sono stati in prima linea nei violenti disordini che di recente hanno infiammato le strade di Tbilisi”, come ha documentato The Grayzone. Insomma, prosegue Klarenberg “l’origine della politica tossica della Georgia” andrebbe ricercata non tanto negli scontri tra Kobakhidze e l’opposizione, quanto nel “calderone che Washington ha agitato da ormai tre decenni”, nell’attesa che possa traboccare.
Sul punto, il giornalista ricorda il rovesciamento del governo di Slobodan Milosevic in Jugoslavia, organizzato dalla NED, nel 2000, che allora mise in atto “uno schema insurrezionale che fu successivamente esportato sotto forma di rivoluzioni colorate” in diversi Stati post-sovietici.
Quanto sta accadendo in Georgia, insomma è solo un capitolo di una storia ormai decennale. Una storia che però sembra avere meno forza che in passato, come dimostra il fallimento del tentato regime-change in Kazakistan del gennaio 2022. E come dimostra il fatto che i minacciosi disordini di piazza georgiani non hanno impedito il varo della legge sui finanziamenti esteri. Questo, almeno il presente, il futuro è tutto da vedere.

