Votare o non votare? La domanda circola ormai con insistenza dalle parti di Roma dopo lo strappo di Italia Viva. E prima ancora di capire come finirà la lunga agonia del governo giallorosso, qualcuno inizia a domandarsi se sia il caso o meno di far votare gli italiani. Non cosa, né quando, né come. Ma proprio se sia corretto far esprimere il voto agli italiani con una pandemia in corso e il rischio, sottinteso, di un aumento di contagi o di un blocco dei processi burocratici e amministrativi legati a cure e vaccini. Il dubbio è stato spesso ribadito da illustri virologi e uomini di scienza, che hanno portato ad esempio il caso francese – alle comunali – o quello più recente e importante delle elezioni presidenziali americane. In molti ritengono che siano state proprio le file nei seggi o i meccanismi di voto a favorire i contagi, creando un boom di infezioni che poi si è riversato sul sistema sanitario.

La scienza ovviamente porta dei dati. Ma il pericolo del contagio o appunto il rischio che le elezioni possano influire negativamente sulla gestione di una pandemia rischia di essere un’affermazione pericolosa, o quantomeno incauta. Non perché non sia giusto porre degli interrogativi, ma perché è si rischia di considerare la democrazia un elemento superficiale o quasi inutile in un momento di emergenza. Come se fosse possibile evitarla per paura.

Partendo dal problema contagi, è chiaro che ogni tipo di assembramento possa comportare un potenziale “focolaio” Ma come è possibile veicolare milioni di persone che quotidianamente utilizzano i mezzi pubblici o fanno file al supermercato, si possono evidentemente gestire milioni di elettori che in luoghi specifici e già controllati da pubblici ufficiali e forze dell’ordine vanno a esprimere il proprio voto.

Dall’altro lato, c’è anche da ricordare che la macchina amministrativa di gestione del Covid, assegnata a un deus ex machina come Domenico Arcuri e sostanzialmente esternalizzata rispetto al parlamento, può serenamente continuare il proprio operato a prescindere da quello che succede tra Palazzo Chigi, Palazzo Madama e Montecitorio. Tanto più che nei prossimi mesi il governo Conte rimarrebbe comunque in carica, pur per sbrigare faccende di natura gestionale, e tra queste faccende rientrerebbe evidentemente la somministrazione dei vaccini e il monitoraggio sulla pandemia.

A questi profili di natura tecnica, c’è poi un problema politico: l’emergenza è chiaramente un nodo cruciale della vita di un Paese. Ma il sistema costituzionale e dell’ordine liberale europeo prevede che l’emergenza non possa essere uno strumento per evitare che si parli del processo democratico. Anche in caso di fine traumatica di una legislatura come quella che potrebbe avvenire nel governo giallorosso esistono contromisure per evitare che si possa proseguire un’esperienza al solo fine di gestire un’emergenza. Intento che è appunto rischioso perché può essere sacrosanto, ma nei limiti di una questione puramente di metodo. L’esempio classico: anche il Regno d’Italia, in piena Grande Guerra, decise di “spodestare” Cadorna per Diaz quando comprese che la sua campagna militare ci avrebbe portato alla rovina. Altro esempio: il Regno Unito scelse Winston Churchill (e il nostro premier lo conosce bene), ottenendo le dimissioni di Neville Chamberlain dopo l’invasione tedesca della Francia. Parliamo ovviamente di situazione disastrose, di guerre mondiali, di eserciti pronti a tutti. Ma se la retorica dell’Italia in guerra viene sfruttata anche nella reazione alla pandemia, allora non è detto sia così distante. E i morti, purtroppo, continuano a essere una tragedia quotidiana.

C’è poi un problema di natura internazionale: è proprio così scontato che nel mondo, specie in Europa, sia escluso il ricorso alle urne in tempi di Covid? Mettendo il naso fuori dai confini non è che assistiamo proprio a una situazione così netta. Specie perché sono tanti i governi e i parlamenti che corrono verso la fine del mandato. E se è pure vero che quelli sono a scadenza naturale e non sono cadute anticipate, nessuno, per ora, ha messo in dubbio la scelta di andare al voto. Tanto più che tra voto per corrispondenza e contingentamenti, luoghi aperti, diversi e con più giorni, ci si aspetta che Paesi occidentali e moderni siano perfettamente in grado di far fronte ai pericoli. Si andrà tra pochi al giorno al voto in Portogallo, a marzo toccherà ai Paesi Bassi. In Germania, a settembre, ci saranno forse le più importanti elezioni di tutta l’Europa. E già a giugno andranno a votare alcuni dei suoi Lander. In Russia, sempre a fine estate, sarà il turno di altre fondamentali elezioni. Il Regno Unito idem. E altri piccoli (grandi) Paesi europei si preparano al voto (basti pensare a Repubblica Ceca, Albania, Norvegia e Cipro). E l’Italia, se pure dovesse andare al voto, non andrebbe certo domani: la Costituzione detta tempi precisi qualora Sergio Mattarella dovesse ritenere conclusa, insieme al premier, l’esperienza di questo parlamento.

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