Alla fine è andata come previsto e prevedibile: vince Theresa May, perché era destino manifesto, ma ne esce talmente indebolita che la sua leadership è lesa in maniera irrimediabile.Paga come Cameron la Hubrys: il precedente leader dei Torys aveva indetto il referendum sulla Brexit perché sicuro di stravincere e invece ha stra-perso. Lei ha chiamato le elezioni anticipate per motivi analoghi: sicura di polverizzare l’opposizione, ne è uscita polverizzata.Cercava una investitura popolare forte, che ne confermasse il ruolo di negoziatrice unica della Brexit (o se non unica almeno preminente), invece sarà tutt’altro. Il negoziato tra Ue e Londra sarà oggetto di dibattito interno e interparlamentare, non appannaggio dei pochi.Già la Brexit: chi, come Tony Blair, sognava di ribaltare l’esito del referendum popolare è stato sconfitto. Anzitutto perché la May comunque non ha perso le elezioni, ma soprattutto perché lo sfidante laburista, Jeremy Corbyn, pur essendo contrario alla Brexit, non ha accettato di giocare il ruolo di incendiario e non ha trasformato queste elezioni in una sorta di nuovo referendum sul tema.In campagna elettorale egli si è fatto garante del voto popolare – sul quale peraltro si basa la democrazia – che si è espresso tramite quel referendum. Anche se ha chiesto a gran voce che le modalità della Brexit siano concordate e soprattutto non siano in danno delle classi popolari.Una lezione di democrazia, quella di Corbyn, che ha salvato la Gran Bretagna dalle pericolose derive nella quali rischiava di precipitare. La spinta di parte delle élite di ribaltare la Brexit, ha infatti trovato convergenze parallele con la sfida portata del Terrore, che nelle ultime settimane ha flagellato l’isola.Due spinte diverse, per natura e protagonisti, ma ambedue destabilizzanti rispetto alla tenuta della democrazia. Ancora una volta Londra ha resistito al bombardamento come già al tempo del nazismo.Va segnalato che Corbyn ha vinto ancora una volta sui suoi oppositori, legione all’interno e all’esterno del suo partito. La sua visione di un Labour party che torna a difendere il lavoro e i diritti dei più deboli piuttosto che intraprendere vie terze e consegnate alla grande Finanza, era considerata roba del secolo scorso. E per questo condannata dalla storia.È stato tutt’altro. In realtà a essere ancorati al passato appaiono i suoi variegati oppositori, i quali per accedere a certe accuse, ribadite incredibilmente oggi da alcuni commentatori italiani, devono obliterare il fenomeno Bernie Sanders, l’evento più importante accaduto nella sinistra internazionale. Che ha avuto proprio in Corbyn il suo necessario antecedente (peraltro sempre nel mondo anglosassone).Forte del voto acquisito, Corbyn potrà fare un’opposizione più determinata, avendo fatto piazza pulita dei suoi avversari interni, tanti dei quali sedevano in Parlamento. Più che difficile si acceda a un’ipotesi di un governo a guida Labour, che dovrebbe vedere una commistione invero improbabile di varie forze di opposizioneSi pensi che sommando i seggi del Labour a quelli del partito Nazionale scozzese, dei liberali e dei verdi si arriva a quota 315: tre meno dei Torys..Probabile che si replichi a un governo a guida Torys, con l’appoggio del partito Unionista democratico (Dup), che in Irlanda del Nord ha conquistato 10 seggi. Almeno questa la speranza della May, che ha preso l’impegno di formare il prossimo governo.Maggioranza in teoria più che risicata: due soli voti se si parte dalla matematica che, dati i 650 seggi del Parlamento, indica in 326 la maggioranza del 50% +1.In realtà la soglia necessaria scende a 322 se si tiene presente che i 7 seggi conquistati dallo Sinn Feinn nell’Irlanda del Nord, a meno di sorprese, resteranno vacanti (tale partito non riconosce la legittimità del governo britannico sull’Irlanda del Nord).Forse cambia poco, ma è una curiosità da sottolineare, dal momento che evidenzia che la politica non può essere ridotta a mera numerologia. Come va sottolineato che i profeti del maggioritario, i quali decantano il sistema uninominale come l’unico in grado di garantire governabilità, siano un’altra volta smentiti dalla realtà. Non sono i sistemi, ma la politica a garantire la cosiddetta governabilità.Il caso britannico è eclatante anche in senso più largo: la politica ha vinto contro le forze destabilizzanti. È questo il vero risultato di queste elezioni, al di là dei risultati elettorali e dei futuri governi, più o meno fragili che siano.

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