L’8 e il 9 giugno si voterà per l’Europarlamento e, del resto, l’aula di Strasburgo (e di Bruxelles, quando si tratta di riunioni di commissioni) è l’unico organo direttamente eletto della macchina istituzionale dell’Ue. Tuttavia, il voto per la scelta dei 751 europarlamentari va oltre la semplice composizione dell’assise continentale.
Il Parlamento che emergerà nelle prossime elezioni avrà la responsabilità di scegliere la nuova impalcatura governativa comunitaria. Saranno i parlamentari infatti a dover nominare il nuovo presidente della Commissione europea, ossia il capo dell’esecutivo dell’Ue. Una figura che non sarà comunque l’unica a essere rinnovata: subito dopo il voto infatti, occorrerà indicare anche il nuovo presidente del Consiglio europeo, colui cioè che dovrà coordinare il lavoro del Consiglio e quindi dell’organo che riunisce i capi di Stato e di governo dei 27.
La difficoltà nello scegliere il nuovo presidente della commissione
Il capo dell’esecutivo comunitario non è eletto direttamente dal popolo. La modalità di scelta è comune a quella di una democrazia parlamentare, dove sono i deputati a designare o nominare il nuovo vertice del governo. E spesso, come ad esempio accade in Germania o nei Paesi Bassi, dopo mesi di intense trattative tra i vari partiti.
Trattative che, a livello comunitario, appaiono ancora più difficili. In primo luogo, perché quello europeo è un parlamento transnazionale e riunisce non solo diverse anime politiche ma anche rappresentanti di 27 diversi Paesi. Serve dunque un accordo non solo tra i vari gruppi parlamentari, generalmente formati al proprio interno dai vari partiti nazionali, ma anche un’intesa che coinvolga i governi.
Dopo le europee, generalmente parte una partita a scacchi giocata su più fronti e costituita da proposte, annunci e veti incrociati. Per rendere più trasparente il meccanismo di nomina del presidente della commissione, dalla campagna elettorale del 2014 è stata introdotta la figura dello Spitzenkandidat. Un termine tedesco che indica il candidato designato di ogni gruppo parlamentare seduto tra gli scranni di Strasburgo.
Se dieci anni fa lo spitzenkandidat del gruppo di maggioranza relativa, ossia il gruppo del Partito Popolare Europeo (Ppe), è stato poi effettivamente eletto presidente della commissione europea, in quel caso si trattava del lussemburghese Jean Claude Junker, diversa è stata la situazione nel 2019. In quell’occasione non è stato trovato l’accordo sul candidato del Ppe, il tedesco Manfred Weber, e alla fine gli eurodeputati hanno virato sull’uscente Ursula Von Der Leyen.
Quest’ultima è adesso spitzenkandidat sempre del Ppe ed è dunque la designata del gruppo che, secondo gli ultimi sondaggi, dovrebbe confermarsi quale formazione di maggioranza relativa. A contenderle il posto sono il lussemburghese Nicolas Schmit, del gruppo dei socialisti, l’italiano (ma candidato in Francia) Sandro Gozi per il gruppo dei liberali di Renew, l’austriaco Walter Baier per la sinistra europea e il tedesco Terry Reintke per i Verdi. Gli altri gruppi, tra cui quello sovranista di Identità e Democrazia (Id) e quello dei conservatori europei, tradizionalmente non hanno mai indicato un proprio designato.
Il peso dei partiti e quello degli Stati
Tutti gli spitzenkandidat hanno già affrontato nei giorni scorsi il primo dibattito televisivo, trasmesso sui canali istituzionali europei. Ad oggi, è difficile dire se sarà tra i vari designati che uscirà il nome del prossimo numero uno della commissione. Subito dopo il voto, partiranno infatti le trattative e lì entreranno in scena, come detto in precedenza, due fattori: quello relativo al peso dei partiti e quello invece riguardante il peso politico di ogni singolo governo.
Un doppio binario di confronto assente dai parlamenti nazionali e inedito per un’assise legislativa. Può capitare infatti che, a fronte di un generale consenso su un determinato nome tra i gruppi politici, possa emergere la pressione politica di uno o più governi contrari alla scelta. Nelle trattative, si intrecciano considerazioni interne ai 751 europarlamentari e vicende relative agli equilibri interni al gruppo dei 27 capi di governo. Dopo il 9 giugno, occorrerà vedere quali saranno gli schemi prevalenti: se cioè si troverà una quadra direttamente tra i rappresentanti eletti a Strasburgo oppure se, dall’altro lato, risulteranno decisive le indicazioni provenienti dai leader nazionali.
Il rebus maggioranza
Al momento, la chiave sul futuro esecutivo comunitario è nelle mani del Partito Popolare Europeo. Gli ultimi sondaggi a livello continentale, hanno proiettato la formazione che riunisce i moderati di centrodestra a 181 seggi. Di questo gruppo in Italia fa parte Forza Italia, accreditata nella penisola di un consenso compreso tra l’8% e il 10%. Il Ppe quindi, così come accaduto nelle ultime tornate, dovrebbe confermarsi partito di maggioranza relativa e indicherà l’uscente Ursula Von Der Leyen quale candidata per la commissione.
Per far avanzare questa ipotesi, i popolari dovranno comunque trovare degli alleati. Le strade in tal senso potrebbero essere due: continuare un’alleanza con i socialisti, dando quindi continuità agli ultimi esecutivi europei, oppure formare per la prima volta un governo comunitario con le sole forze di centrodestra. Una scelta non semplice e che dipenderà molto sia dai risultati delle altre forze della coalizione che dalle scelte di ogni singolo gruppo parlamentare.
Sempre secondo i sondaggi, unendo popolari, socialisti (gruppo di cui fa parte il Pd) e i liberali di Renew, si potrebbe formare una maggioranza di 398 eurodeputati. I socialisti sono infatti accreditati di 135 seggi (5 in meno rispetto al 2019) e Renew di 82 deputati (20 in meno rispetto all’ultima tornata).
Tuttavia, tra i popolari c’è chi non vorrebbe trascurare l’avanzata dei due gruppi di destra: Identità e Democrazia da un lato (a cui appartiene la Lega) e i conservatori dall’altro (a cui appartiene Fratelli d’Italia). Quest’ultimo gruppo dovrebbe ottenere 80 eurodeputati, il primo invece potrebbe spingersi fino a 83 rappresentanti. Ma ci sono due importanti incognite sulla formazione che ricalcherebbe, seppur con equilibri interni diversi, la coalizione di governo italiana.
In primo luogo, Identità e Democrazia ha espulso i tedeschi di Afd per via delle frasi sulle Ss pronunciate da un rappresentante del partito. Dunque, il gruppo potrebbe scendere sotto la soglia dei 70 deputati e non dare un apporto decisivo alla formazione della maggioranza. Inoltre, Id ha già posto un veto sulla ricandidatura di Von Der Leyen: in caso di coalizione, i sovranisti chiederebbero ulteriori consultazioni per trovare un nome alternativo al presidente uscente.
L’impressione è che i nodi al momento, sia dalle parti del Ppe che all’interno degli altri gruppi, non sono stati sciolti. Si potrebbe andare verso un Von Der Leyen bis, così come si potrebbe optare per una soluzione di discontinuità pescando, molto probabilmente, sempre tra i membri del partito popolare. Entro l’estate ogni dubbio dovrà comunque essere eliminato: a settembre si avvierà l’iter per la formazione della Commissione e a novembre il nuovo esecutivo dovrà entrare in carica.
La sfida per la presidenza del consiglio europea
Parallelamente alla partita per la presidenza della commissione, si giocherà anche la sfida per il nuovo presidente del consiglio europeo. Una figura di raccordo tra i 27 membri del Consiglio Europeo, considerato alla stregua della “Camera Alta” dell’Ue. Da qui passa infatti l’approvazione dei documenti trasmessi poi a Strasburgo per la lettura degli eurodeputati.
Il Consiglio è composto unicamente dai capi di Stato e di governo dell’Ue. Prima dell’entrate in vigore del trattato di Lisbona nel 2009, la presidenza era a rotazione tra i capi degli esecutivi degli Stati membri. Rotazione che continua a esserci ma, per l’appunto, da 15 anni a questa parte esiste anche una figura di coordinamento fissa il cui mandato coincide a livello temporale con quello del parlamento europeo.
I 27 dunque, subito dopo il voto di giugno, dovranno scegliere a chi dare lo scettro di nuovo presidente. L’uscente belga Charles Michel dovrebbe essere ancora in corsa per un nuovo mandato. Da mesi però ad avanzare è anche un altro nome: quello dell’ex presidente del consiglio italiano Mario Draghi. Quest’ultimo, nelle più recenti esternazioni, ha parlato della necessità di riformare l’Ue e le regole del mercato interno. Dichiarazioni viste da diversi analisti come propedeutiche a una sua candidatura come designato.