Un alone di mistero circonda la prima visita in Italia del nuovo primo ministro della Libia, Abulhamid Dbeibah. Ad annunciare che il capo del governo unitario libico “ad interim” sarebbe arrivato in Italia “entro fine mese” è stata per prima l’Agenzia Nova, spiegando che la prima missione in Europa del politico e imprenditore di Misurata “dipenderà dall’approvazione del bilancio per l’anno 2021 da parte della Camera dei rappresentanti, il parlamento libico con sede a Tobruk”. A svelare la data esatta della visita è stato il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio. “La missione in Italia del primo ministro libico Dbeibah (è) prevista per il 31 maggio prossimo”, ha detto il titolare della Farnesina durante un’informativa alla Camera lo scorso 19 maggio. “Si svolgerà anche un business forum che permetterà ai principali attori economici italiani di interloquire con il primo ministro libico e diversi membri del suo governo”, ha aggiunto l’ex capo politico del Movimento 5 stelle. La vaghezza di queste parole nasconde un’oggettiva difficoltà organizzativa, che ben rappresenta la particolare situazione di incertezza sta vivendo la Libia: nel momento in cui scriviamo, infatti, la delegazione ministeriali libica non è stata ancora definita.

L’incontro con le aziende italiane

Secondo quanto appreso da Insideover, la visita si farà e la delegazione libica dovrebbe comprendere non più di cinque ministri, tra cui i titolari dei dicasteri della Sanità e dell’Economia. Fonti diplomatiche hanno indicato che il premier libico ha espresso il desiderio di parlare ai principali capitani d’industria italiani, “ma più che un business forum sarà una country presentation in cui Dbeibah illustrerà le opportunità d’investimento del suo Paese”. Un appuntamento certamente importante, ma siamo molto lontani dalla mega-delegazione governativa che lo scorso 12 aprile si è recata in Turchia con ben 14 ministri, il capo di Stato maggiore e i vertici delle principali aziende statali al seguito.

Sarebbe però ingeneroso paragonare le due visite. Occorrono settimane, se non mesi per organizzare un vertice intergovernativo di quel livello. Il terreno dell’incontro turco-libico era già stato preparato dal precedente governo di accordo nazionale (Gna) del premier Fayez al Sarraj: il nuovo capo dell’esecutivo libico Dbeibeh si è limitato a “raccogliere” i frutti del lavoro svolto da altri. Non è questa, quindi, la risposta del “sultano” turco Recep Tayyip Erdogan alle famose parole di Mario Draghi, che ha definito il presidente turco un “dittatore” con cui però bisogna collaborare.

La verità dietro agli scambi commerciali

A chi lamenta una perdita di influenza in Libia a favore del predominante neo impero turco-ottomano di Erdogan rispondono i numeri. Nel vertice intergovernativo Libia-Turchia i due governi hanno espresso l’auspicio che l’interscambio commerciale possa raggiungere in qualche anno il valore-obiettivo di 5 miliardi di dollari. Ma l’interscambio tra Italia e Libia valeva nel 2012, prima della crisi, ben 15 miliardi di dollari e ancora nel 2019, nonostante il conflitto a Tripoli, il valore dell’interscambio era comunque pari a 5,9 miliardi dollari.

Tra commesse da riprendere, cantieri in corso d’opera e piani futuri il valore dei contratti (e non semplici memorandum) tra Italia e Libia è notevole. A patto ovviamente che l’attuale governo di unità nazionale resti in sella e il processo di transizione verso organi eletti democraticamente proceda senza intoppi. E non è affatto scontato, visto il potenziale rischio di ripresa del conflitto, ben rappresentato dalla presenza di circa 20 mila mercenari stranieri con gli stivali ancora ben piantati sulle sabbie del deserto libico.

Tanti soldi in ballo

Molti dimenticano che la Libia in teoria è un paese ricco, anzi ricchissimo. L’ex Jamahiriya del defunto colonello Muammar Gheddafi nasconde le riserve di petrolio più importanti dell’intera Africa. Il paese membro del Cartello petrolifero Opec produce attualmente 1,2 milioni di barili al giorno, ma secondo le stime di Platts potrebbe raggiungere entro fine anno quota 1,45 milioni di barili al giorno. La miseria in cui sono piombati molti libici, costretti a pagare il pizzo alle milizie anche solo per fare la spesa o ritirare contanti al bancomat, non deve far dimenticare che la Libyan Investment Authority (Lia), il maxi fondo sovrano da oltre 60 miliardi di dollari, possiede importanti partecipazioni in asset strategici italiani come UniCredit e Fca.

Il fondo sovrano libico è sotto sanzioni Onu, ma non è escluso che il Consiglio di sicurezza possa sbloccare questa situazione. La Libia potrebbe servirsi dei consigli di un certo ex presidente della Banca centrale europea che in temi di finanza è piuttosto ferrato. Potrebbe essere questo, a ben vedere, il principale dossier al centro dei colloqui Draghi-Dbeibah a Palazzo Chigi.

Caos migranti

Un’altra questione cruciale riguarda l’aumento dei flussi migratori illegali della Libia verso l’Italia attraverso il Mediterraneo. Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha ammesso durante un’audizione alla Camera dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, che la Libia ha scalzato la Tunisia come origine delle partenze dei migranti. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oltre 743 migranti sono morti lungo la rotta del Mediterraneo centrale da inizio anno, in netta crescita rispetto ai 289 decessi dello stesso periodo del 2020. Si tratta della peggiore ondata migratoria da quattro anni a questa parte: bisogna andare indietro al 2017 per trovare dati peggiori.

A poche settimane dall’insediamento del nuovo governo di unità nazionale, il contesto in Libia appare ancora caratterizzato da una persistente frammentazione dei centri di potere e militari non solo tra est ed ovest, ma anche a livello locale dove rimangono latenti tensioni tra numerose formazioni armate per il controllo del territorio. Poco dopo la liberazione con tanto di promozione di “Bija”, l’ufficiale della Guardia costiera accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante, gli ingressi illegali dei migranti in Italia via mare sono aumentati di oltre il 200 per cento. Ed è paradossale e preoccupante che la motovedetta Ubari 660 classe Corrubia (27 metri, con una larghezza di 7 e un pescaggio di 2,5 metri), donata dall’Italia alla Libia nel novembre del 2018, venga utilizzata dai guardiacoste addestrati dalla Turchia per sparare ad altezza d’uomo contro pescatori italiani.

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