Il 15 febbraio è ricorso il trentesimo anniversario del Gruppo di Visegrad, l’alleanza politica e culturale tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca che negli anni recenti si è trasformata in un nucleo geopolitico (quasi) a sé stante, più legato a Washington che a Berlino, e promotore di una weltanschauung per l’Europa di stampo identitario e conservatore.

Dall’Iniziativa dei Tre Mari al coordinamento diplomatico in sede comunitaria, passando per la formulazione di agende estere coincidenti in Bielorussia, Baltici e Ucraina, i V4 hanno palesato in numerose occasioni la solidità e le potenzialità del loro legame simbiotico, perciò la ricorrenza del trentesimo anniversario ha funto al tempo stesso da momento di giubilo e riflessione: giubilo per i traguardi tagliati, specialmente nell’ultimo decennio, e riflessione sulle sfide che attendono i V4 oltre l’orizzonte.

Quale che sia il destino di questa piccola ma valente alleanza, una cosa è sicura: i V4 hanno affrontato (e superato con successo) la prova del fuoco, la pandemia di Covid19, fornendo un modello da seguire e da studiare al resto dell’Europa (e del mondo).

Uniti nella sventura

I V4 presentano sicuramente delle differenze peculiari che neppure trent’anni di alleanza hanno potuto levigare, come ad esempio la natura intrinsecamente russofoba della politica estera polacca e la vena maggiormente liberale dei progetti politici di Praga e Bratislava, ma il modo in cui è stata gestita la pandemia è la riprova del fatto che il formato funziona.

Sin dai primordi, nell’area Visegrad il Covid19 è stato affrontato a mezzo di una strategia basata su tre “C”, ovvero Concertazione, Cooperazione e Coordinamento, mentre l’immagine dell’Unione Europea quale realtà basata sulla solidarietà crollava sotto i colpi di antagonismi, egoismi e rivalità.

Le grandi protagoniste del grande gioco sanitario sono state Polonia, divenuta il centro di distribuzione e smistamento tra i V4 degli aiuti umanitari provenienti dalla Cina, e Ungheria, che ha fatto leva sul proprio ruolo di stato-ponte tra Europa e Asia per aggirare i deficit nell’offerta di beni del mercato europeo, rivolgendosi al Consiglio Turco, mentre Repubblica Ceca e Slovacchia hanno più ricevuto e seguito che dato e ordinato. Tutti e quattro i Paesi, ad ogni modo, hanno contribuito in egual misura alla circolazione delle best practice, aggiornandosi periodicamente sui risultati ottenuti dalle loro strategie nazionali di confinamento e contrasto.

Terminata la prima fase della pandemia, che altrove è stata caratterizzata da battaglie per l’accaparramento degli aiuti sanitari, il modello delle tre C è stato riutilizzato per fronteggiare gli eventuali sovraccarichi ospedalieri e la campagna di vaccinazione. Diritto e Giustizia, ad esempio, ha costruito degli ospedali provvisori nei quali è stato dato spazio ai pazienti cechi e slovacchi, mentre Fidesz ha illustrato agli alleati come superare il fallimento del modello di vaccinazione comune dell’Ue, ovvero rivolgendosi a Russia e Cina, convincendo i governi slovacco e ceco a fare altrettanto.

Visegrad non dimentica Kiev

Nell’ambito del Programma di Solidarietà Orientale (East Solidarity Program), i V4 hanno donato 125mila euro all’Ucraina per fronteggiare la pandemia ed effettuato consegne di aiuti umanitari negli ospedali in tutto il Paese, Donbass incluso.

La formulazione di una diplomazia sanitaria dell’alleanza Visegrad, destinata in maniera particolare a Kiev, è avvenuta su impulso di Varsavia, che nello storico granaio d’Europa ha interessi spazianti dall’energia all’immigrazione. Il governo polacco, inoltre, nel mese di febbraio ha annunciato che una parte del proprio carico di vaccini AstraZeneca verrà redirezionata all’Ucraina; un milione e duecentomila dosi per l’esattezza.

Anche nel caso ucraino, i V4 hanno dato prova di essere in grado di mediare le loro differenze – i gravi dissidi tra Budapest e Kiev relativi ai magiari nella Transcarpazia – nel nome di uno scopo maggiore: il bene, e quindi il futuro, dell’alleanza.