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Due viaggi in contemporanea per due leader del Gruppo di Visegrad. Il premier ungherese Viktor Orban è andato a Mosca per rafforzare i rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Il presidente della Polonia Andrzej Duda è andato a Washington e ha confermato l’asse con gli Stati Uniti di Donald Trump. Due viaggi diversi, per certi versi antitetici, che rappresentano in una sintesi perfetta quanto complesso sia il quadro del gruppo dell’Europa orientale composto dagli Stati che si ribellano alle istanze dell’Unione europea. 

Orban da Putin

Orban si è recato da Putin e ha pronunciato frasi estremamente importanti per un Paese che ha avuto, come altri Paesi dell’Europa dell’Est, il trauma dell’invasione sovietica. Il leader ungherese ha confermato non solo gli ottimi rapporti con la Russia ma anche il salto in avanti dei rapporti economici fra Budapest e Mosca, aumentati in maniera sensibile negli ultimi anni nonostante le sanzioni imposte da Bruxelles.

Un avvicinamento costante su cui però aleggiano notevoli perplessità se non proprie ostilità da parte dell’Ue, tanto che il premier ungherese ha denunciato che “non si può dire che nei confronti della nostra cooperazione ci sia sempre stato un clima favorevole a livello internazionale”.

Un’apertura nei confronti della Russia che si inserisce in un quadro di crescenti tensioni fra l’Ungheria e l’Unione europea, che accusa spesso il Cremlino di essere il mandante di un vento euro-scettico e “populista” teso a destabilizzare la struttura comunitaria. Accuse che, unite alle sanzioni nei confronti di Mosca dopo la questione Ucraina, rendono evidente che qualsiasi apertura di un leader “euroscettico” come Orban verso Putin sia considerata una mossa strategica per lanciare una sfida all’Ue.

Duda da Trump

Mentre Orban tendeva, o meglio, confermava la mano tesa nei confronti del Cremlino, il presidente polacco Duda volava alla Casa Bianca con in mano l’offerta di una base militare degli Stati Uniti in territorio polacco. Anzi, da quanto affermato da Donald Trump in conferenza stampa, Varsavia avrebbe addirittura offerto due miliardi di euro al governo americano per la postazione Usa.

Un’offerta che ha immediatamente ingolosito l’amministrazione statunitense, visto che da subito The Donald ha puntato sull’aumento delle spese militari dei partner Nato. Con queste premesse, è chiaro che l’offerta polacca non poteva che ingolosire Washington: e il presidente Duda ha anche scherzato sul chiamare la base “Fort Trump” in onore del presidente degli Stati Uniti.

Il Pentagono ha espresso una certa cautela nei confronti di questa proposta, ma ha riaffermato la partnership con la Polonia ricordando il contributo di Varsavia all’Alleanza atlantica. E nonostante le prime affermazioni di Jim Mattis, restio a lanciarsi nell’entusiasmo del presidente Trump, la questione è considerata da un po’ di tempo all’interno dei corridoi di Arlington, sede del quartier generale della Difesa Usa.

Perché l’offerta polacca fa gola, specialmente a chi, come i vertici americani, ha intenzione di imporre la propria presenza in Europa orientale, al confine del territorio russo. E i militari statunitensi stanno studiando come rendere realtà i piani di Varsavia e della Casa Bianca.

Visegrad diviso fra alleanza con Usa e aperture a Mosca

La questione è interessante non solo da un punto di vista strategico, ma anche da un punto di vista politico. Perché questo gruppo Visegrad, considerato una sorta di monolite euroscettico su cui si infrangono le aspirazioni di Bruxelles e dell’asse franco-tedesco, nasconde in realtà una complessità per molto tempo sottovalutata. Unito per contrastare le logiche della burocrazia europea, Visegrad è nella realtà dei fatti un blocco evanescente dove gli alleati all’esterno dei Paesi che lo compongono sono in realtà molto diversi.

Gli Stati Uniti rappresentano fondamentalmente un collante comune, nel senso che tutti i Paesi dell’Europa orientale vedono in Washington un partner imprescindibile anche come risposta culturale agli anni dell’Unione sovietica. L’incubo di un’eventuale (quanto ad oggi improbabile) invasione della Russia è ancora profondo nella strategia di tutti i Paesi che componevano il blocco sovietico. Dal Baltico al Mar Nero questa è l’unica certezza.

Ma questa tradizionale alleanza con l’America, unita al denominatore comune dell’essere contrari alle idee dell’Unione europea, si trova a dover far fronte all’ascesa della Russia come superpotenza che non è più vista, in generale, come un nemico. Quantomeno non da tutti: come dimostrato dall’Ungheria di Orban. E questa divergenza può essere particolarmente rilevante per comprendere il futuro dell’asse orientale. 

Da un punto di vista mondiale, Putin e Trump hanno un interesse comune: spartirsi l’Europa. Questo è inevitabile e non è questione di anti-americanismo o russofobia, ma semplice logica. La Nato è sorta per tenere l’Europa sotto l’ombrello di Washington così come la Russia ha da sempre lo sguardo rivolto sia a oriente che a occidente e considera l’Europa un mercato di fondamentale importanza dove vuole avere governi amici.

Fatta questa premessa, è chiaro che un Visegrad fortemente orientato a Occidente fa sì che Mosca trovi di fronte a sé un muro per arrivare all’Europa centrale. E per questo necessita di alleati in grado di minare la visione più atlantica che europea dell’Europa orientale.

Ma questi obiettivi diametralmente opposti fra Russia e Stati Uniti pongono degli interrogativi su quanto possa reggere la solidità del gruppo dei Paesi orientali. Perché le frizioni con Bruxelles impongono alleati ulteriori rispetto ai partner europei. E se l’Ungheria sceglie di aprire alla Russia, altri Paesi, Polonia in testa, non sembrano affatto intenzionati a mostrare tentennamenti nei confronti del Cremlino. L’impressione è che la superpotenza che offrirà più garanzie, sarà quella verso cui si orienteranno gli Stati. E che la Russia, dopo anni di resistenza, stia tentando di penetrare di una delle aree più complesse per i suoi obiettivi: l’Europa orientale. 

La sfida fra superpotenza mette quindi in dubbio l’asse di Visegrad? Difficile. Ma quello che è certo è che, in un periodo di forti transizioni geopolitiche, le certezze granitiche tendono a sgretolarsi sotto i colpi di altri interessi mondiali. E attenzione alla Cina, che dall’Europa orientale sta tentando la scalata all’Europa. 

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