La Repubblica Popolare Cinese (RPC) sta alzando la posta nell’Indo-Pacifico: negli ultimi giorni, esercitazioni navali a fuoco della PLAN (People’s Liberation Army Navy) sono state eseguite al largo dell’Australia, nel mare che la separa dalla Nuova Zelanda, mentre dimostrazioni di forza sono state svolte nel Golfo del Tonchino, nella ZEE (Zona di Esclusività Economica) vietnamita. Non da ultimo, la scorsa settimana, proprio mentre le navi da guerra battenti bandiera rosso stellata si dirigevano verso il mare di Tasmania, Pechino ha siglato con le Isole Cook un accordo che le assicura la sua presenza navale in quell’arcipelago.
Prima di scendere nei dettagli di queste operazioni, susseguitesi in uno stretto arco temporale, è bene inquadrare quanto sta accadendo dal punto di vista politico nello scacchiere Indo-Pacifico. Il secondo mandato alla Casa Bianca di Donald Trump ha dato un giro di vite al pivot to Asia statunitense: il Dipartimento di Stato USA, come sappiamo, ha tolto dalla nota informativa sulle relazioni con Taipei presente sul suo sito la frase “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan”, generando le ire di Pechino, e più recentemente, sempre sul sito, la dicitura “Repubblica di Cina” è stata sostituita da “Taiwan”, segnando forse un cambio di politica di 180 gradi per quanto riguarda la politica “One China” che riconosce come unico Stato sovrano la RPC, con la quale Washington intrattiene relazioni diplomatiche in via ufficiale.
Esercitazioni inattese
Lo scorso venerdì, i voli commerciali tra Australia e Nuova Zelanda sono stati frettolosamente dirottati dopo che tre navi da guerra cinesi hanno avvertito i piloti che stavano volando sopra un’esercitazione a fuoco.
L’esercitazione ha sollevato perplessità perché si è svolta più a sud del solito e si è svolta con un preavviso di un paio d’ore anziché con le 12-24 ore previste. La RPC non era tenuta per legge a dare un preavviso così ampio, ma dopo che gli aerei si sono affrettati a deviare la propria rotta per non incappare nell’area di fuoco, il governo australiano ha contattato l’ambasciata cinese per avere spiegazioni. La tensione tra i due Paesi si è presto risolta – all’apparenza – con le rispettive diplomazie che hanno detto che non c’era pericolo, ma questa manovra inusuale della marina cinese potrebbe avere l’effetto di spingere la Nuova Zelanda verso l’AUKUS (il patto strategico tra USA. UK e Australia) e stringere ancora di più i legami tra le nazioni facenti parte dell’accordo, accelerando, ad esempio, il partenariato sulla condivisione della tecnologia ipersonica o per la costruzione di sottomarini a propulsione nucleare da attacco.
Nel Golfo del Tonchino, lunedì 24 le autorità cinesi hanno dichiarato di aver iniziato esercitazioni navali solo pochi giorni dopo che il Vietnam aveva stabilito una nuova linea di confine marittimo che delimita ciò che considera il suo territorio nello specchio d’acqua tra i due Paesi. Sostanzialmente, Hanoi ha rivisto la linea di base utilizzata per calcolare la larghezza delle sue acque territoriali nel Golfo. Il Vietnam News, media di Stato, ha riferito che la linea era conforme alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e avrebbe fornito “una solida base giuridica per salvaguardare ed esercitare la sovranità, i diritti sovrani e la giurisdizione del Vietnam”. Sebbene RPC e Vietnam abbiano da tempo un accordo che regola i confini marittimi del Golfo del Tonchino, entrambe le nazioni avanzano rivendicazioni territoriali nel vicino Mar Cinese Meridionale sulle isole Spratly e Paracelso. Pechino è diventata sempre più aggressiva nel perseguire tali rivendicazioni e in ottobre 10 pescatori vietnamiti sono stati aggrediti da personale della flottiglia paramilitare cinese vicino alle isole Paracelso.
Isole ribelli
Pochi giorni prima che la RPC ha avvertito che le sue tre navi militari avrebbero effettuato esercitazioni a fuoco nel Mare di Tasmania, le Isole Cook hanno siglato un accordo che permette a Pechino di avere una presenza navale stabile nell’arcipelago. Il memorandum d’intesa per approfondire la cooperazione economica marittima mostra una serie di accordi tra cui per la costruzione di porti, che potrebbero essere problematici dal punto di vista della sicurezza della Nuova Zelanda e dell’Australia. L’accordo, firmato ad Harbin il 14 febbraio, stabilisce la cooperazione per investire in infrastrutture portuali, costruzione e riparazione di navi e basi di pesca d’altura. In base al patto, la RPC aumenterà la sua portata strategica e la sua presenza nel Pacifico proiettandosi più in profondità in quanto permetterà alla sua flotta (non solo civile) di avere degli scali per effettuare rifornimento.
Quanto accaduto rappresenta un fulmine a ciel sereno in quanto le Isole Cook, benché dotato di un certo grado di indipendenza, fanno comunque capo alla Nuova Zelanda in materia di sicurezza e difesa e sono obbligate a consultarsi con essa in questi casi, e a quanto sembra, questo non è avvenuto.
Come nota a margine che serve a chiarire il clima molto poco disteso che si respira nel Pacifico Occidentale, da circa un mese sui social media cinesi, tra cui Douyin / TikTok e Xiaohongshu stanno circolando video e mappe che indicano l’isola filippina di Palawan come territorio cinese sin dalla dinastia Ming, chiamata Isola di Zhenghe.
Se stiamo forse assistendo agli ultimi rintocchi della politica One China statunitense, dall’altra parte Pechino sta affrettando le sue mosse per alzare la posta in gioco in chiave “anti-Trump” sapendo bene che il presidente USA giocherà a rialzo con Pechino. Un gioco sicuramente pericoloso, quello del tycoon, in quanto la RPC, quando si tratta di Taiwan o del Mar Cinese Meridionale, non gioca a poker e non tratta, sebbene queste ultime mosse, come accennato, potrebbero ulteriormente estremizzare le posizioni anti-cinesi nel Pacifico Occidentale.

