Jang Jin Young è un fotoreporter freelance sudcoreano di 46 anni. Nel 2022, dieci giorni dopo l’inizio dell’offensiva russa contro l’Ucraina, si era recato nel Paese europeo per documentare sul campo l’andamento della guerra.
A nulla gli è servito essere il primo giornalista della Corea del Sud a visitare il territorio ucraino dallo scoppio del conflitto, aver raccolto eccellenti immagini per raccontare le condizioni della popolazione civile e aver visto le proprie foto pubblicate su alcuni media sudcoreani.
Già, perché pochi giorni fa la sezione di Goyang del tribunale distrettuale di Uijeongbu, in Corea del Sud, ha dichiarato Jang colpevole di aver violato la legge sui passaporti proprio a causa del suddetto viaggio.
L’uomo ha rimediato una multa di 5 milioni di won, pari a circa 3.500 dollari, per essere entrato illegalmente in Ucraina, Paese che il governo sudcoreano aveva inserito, dopo l’inizio della guerra con la Russia, nella lista degli Stati per i quali Seoul vieta ai propri cittadini di recarsi senza una specifica autorizzazione.

La polemica che scuote la Corea del Sud
La corte ha stabilito che Jang era entrato in Ucraina senza aver prima richiesto un’esenzione al ministero degli esteri, sottolineando che la libertà di stampa non può prevalere sui rischi per la sicurezza personale in una zona di conflitto.
L’avvocato del fotoreporter, ha scritto l’agenzia sudcoreana Yonhap, ha promesso di presentare ricorso sostenendo che le esenzioni previste dal ministero non si dovrebbero applicare ai giornalisti freelance. La procedura per ottenere un’autorizzazione speciale dal ministero, sostiene il legale di Jang, sarebbe riservata ai giornalisti di organi di stampa accreditati dal ministero degli Affari Esteri ed escluderebbe i giornalisti freelance e i reporter di piccole testate indipendenti.
“L’attuale sistema di divieto di viaggio, in cui il ministero degli esteri stabilisce se una zona di conflitto è pericolosa e poi vieta o consente l’ingresso, presenta molti problemi. Oltre a presentare ricorso, contesterò anche la costituzionalità della legge“, ha spiegato lo stesso Jang, accendendo i riflettori su una misura che secondo alcuni rischia di limitare la libertà di movimento e, soprattutto, di ostacolare il lavoro dei giornalisti chiamati a raccontare conflitti e crisi internazionali direttamente sul campo.
Una legge da rivedere?
Gruppi di difesa della libertà di stampa, tra cui la People’s Coalition for Media Reform e il Media Movement Center, hanno criticato la sentenza di Jang, affermando che subordinare l’accesso alle zone di conflitto all’approvazione del governo limita la libertà di stampa e mina il diritto del pubblico all’informazione.
Jang, ha spiegato il Guardian, sapeva di infrangere la legge, ma ha comunque deciso di andare in Ucraina perché nessun giornalista coreano aveva ancora realizzato reportage dall’interno del Paese. “Tutto quello che succedeva in patria veniva riportato dai media esteri. Volevo vedere le cose direttamente con i miei occhi”, ha raccontato il fotoreporter.
Certo, molti Paesi emettono avvisi di viaggio per mettere in guardia i propri cittadini, ma la Corea del Sud è una delle poche democrazie sviluppate a criminalizzare chi si reca in particolari Stati inseriti nella sua lista nera. Di recente la pena massima prevista per questo reato è stata triplicata: si è passati da un anno di reclusione o una multa di 10 milioni di won (circa 7.200 dollari) a tre anni di carcere o una sanzione fino a 30 milioni di won (21.700 dollari), a discrezione del tribunale.
Il governo sostiene che il sistema sia necessario per proteggere la vita e la sicurezza dei cittadini. I critici, però, ritengono che le restrizioni vadano oltre quanto necessario e finiscano per colpire anche chi ha motivi legittimi per recarsi in quelle aree, tra cui giornalisti, operatori umanitari e attivisti per i diritti umani. Il ministero degli Esteri afferma di concedere ogni anno tra le 5.000 e le 6.000 autorizzazioni speciali, circa 50 delle quali a giornalisti. L’autorizzazione, tuttavia, è discrezionale e viene valutata caso per caso.
Il divieto di viaggio nella sua forma attuale risale al 2007, quando 23 membri di una chiesa sudcoreana si recarono in Afghanistan nonostante gli avvertimenti del governo e furono catturati dai talebani. Due furono uccisi, mentre gli altri 21 vennero liberati dopo che Seoul negoziò direttamente con i sequestratori. Nel giro di poche settimane il governo inserì Afghanistan, Iraq e Somalia tra le aree soggette a divieto di viaggio, trasformando gli ingressi non autorizzati in un reato. Oggi le restrizioni riguardano integralmente dieci Paesi, tra cui Ucraina, Russia, Iran, Iraq, Sudan e Haiti, mentre divieti parziali sono in vigore in una dozzina di altre aree, tra cui Myanmar e Gaza.
La legge consente inoltre al ministero di invalidare i passaporti anche senza che sia stato avviato un procedimento penale. A marzo, il ministero ha utilizzato questo potere contro Kim Ahyun, un’attivista per la pace conosciuta come Haecho, mentre si preparava a unirsi a una flottiglia di aiuti diretta a Gaza. Il tribunale amministrativo di Seoul ha appena respinto il suo ricorso.
Il ministero degli Esteri sudcoreano continua a difendere il sistema sostenendo che, limitando l’uso dei passaporti, la legge abbia contribuito per oltre vent’anni a proteggere la vita dei cittadini sudcoreani. Il governo ha inoltre respinto l’accusa di censura, definendo il provvedimento “la misura minima necessaria per garantire la vita e l’incolumità fisica dei cittadini nelle zone pericolose”.

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