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Inaccessibile per il resto del mondo, per oltre trent’anni. Liberato nel 1950 secondo Pechino, invaso, secondo tutti gli altri, e mai più affrancato.Questione di prospettive? Non proprio, visto che il Tibet, mitica porta del mondo in verticale, non è mai stato isolato a causa di montagne scorbutiche. Piuttosto per colpa dell’uomo. Quando la tensione si scioglie, le frontiere tornano ad aprirsi. Poi basta una protesta dei soliti, che a essere cinesi non si sono rassegnati, e la via agli Ottomila torna a sprangarsi. Eppure le finestre disponibili non sono tante: primavera e autunno sono le stagioni secche e meno fredde per arrivare ai ghiacci dell’Himalaya. Qui il bianco parte a oltre 5mila metri. Da noi duemila metri più in basso.È un angolo di pianeta estremo, ma il gigante cinese ha grandi progetti per questa regione a oltre quattro ore di volo da Pechino, dove tibetani e cinesi, soprattutto di etnia Han, invitati con sbrigativa fermezza a trasferirsi qui dopo la Rivoluzione, fanno prove tecniche di convivenza. O forse solo di indifferenza. Entrambi sono fra gli ultimi della terra, ma anche in fondo alla classifica ci sono differenze. Gli Han lavorano per lo Stato, spesso indossano la divisa e abitano i quartieri nuovi e anonimi di Lhasa, Zedong o Shigatse, affannandosi per l’alta quota nelle loro botteghe dove si lavora h24, si mangia e si vive guardando il mondo dalla tv. I tibetani invece, per la gran parte, continuano a ricavare mais e cereali dalla terra brulla, spingendo lenti i loro yak al pascolo fino a sera, quando tornano in case basse e bianchissime fuori, scure dentro, riscaldandosi, in mancanza di legno, all’odoroso fuoco di sterco di yak, sorseggiando l’imbevibile te al burro salato, ottimo anche contro la screpolatura delle labbra, anche se a un occidentale può risultare più indigesto di un piatto di spaghetti zuccherati.Questo il presente. E il futuro? In parte doveva arrivare con il treno dei cieli da Pechino. Pressurizzato, viaggia sopraelevato sul permafrost ed è così caro che nessun autoctono se lo può permettere da qui verso la capitale.Pechino, in attesa delle Olimpiadi invernali del 2022, continua a puntare sulle infrastrutture, vorrebbe perfino portare gli impianti da sci ai piedi dell’Everest, lì dove manca ancora ben altro rispetto a un’ovovia. La riprova che ancora c’è da fare arriva già all’aeroporto di Lhasa. Thashidelek, benvenuti, sta scritto sull’ingresso, ma guai a fare una foto. In fondo sarebbe proibito anche in altri scali del mondo, ma solo qui, ai piedi degli Ottomila, perfino inquadrare innocenti caramelle, pubblicizzate da quel che somiglia a una buffa Heidi asiatica, può costare ben più di uno sguardo sospetto. Quattro guardie, con la faccia senza espressione, impongono l’immediata cancellazione dello scatto. Intanto il passaporto finisce nelle mani della guida. Sarà così fino alla fine del viaggio: lo devi mettere in conto se vuoi arrivare tanto in alto a solleticare le nuvole.C’è un’etichetta da seguire. E non è bon ton. Primo: vietato girare soli. Guida e autista fanno parte del necessaire del bravo viaggiatore europeo, almeno quanto le pastiglie per il mal di montagna e una jeep robusta con cui, però, non superare mai i 30 all’ora. Non è per le buche: la strada da Lhasa all’Himalaya è così liscia che in Italia ce la sogniamo. Qui si va piano per essere sicuri che i turisti stranieri vadano esattamente dove devono, controllati periodicamente ai posti di blocco. Ci si abitua presto così come a vedersi sorpassare da Suv coi vetri oscurati che sibilano a 120 km l’ora. Cinesi della nomenclatura o militari: in ogni paese ci sono quelli più uguali degli altri. E le norme sono fatte per essere addomesticate. Ma in fondo va bene così: i paesaggi si gustano meglio arrancando a passo di lumaca sulla Friendship Highway, la strada dell’amicizia che arriva sino qui da Shanghai. L’ operazione simpatia passa anche attraverso un nastro d’asfalto con destinazione tetto del mondo, da percorrere in quattro o cinque giorni almeno, per avere tempo per i selfie d’ordinanza e per riprendere fiato. Sono i panorami a lasciare senza respiro, non solo il minor ossigeno.La prima tappa è Gyantse con il suo monastero Pelkor Chode e il Chorten di Kumbun, una grande cupola ne esistono due al mondo – dai mille ritratti del Buddha. Il fondovalle, prima di arrivarci, si srotola per due volte ben oltre l’altitudine del nostro Monte Bianco: prima i lampi turchesi, come un cielo capovolto, del lago Yamdrok a forma di scorpione, poi cime che sfiorano i seimila. «E che nessuno dei locali ha mai pensato di scalare»: le arrampicate interessano solo a noi, figli di un alpe minore. Il Tibet è davvero la porta di più di un cielo: c’è quello degli scalatori e dei nomadi bruciati dal sole, quello dei cinesi d’importazione e quello dei buddisti, i veri padroni di casa come i monaci di Tashilhumpo, a Shigatse, seconda polverosa metropoli del Tibet. Loro come gli altri erano stati cacciati, molti uccisi dopo il 1950, i monasteri abbattuti.Qualcuno salvò libri, rotoli di preghiera e statue ricoprendoli di miglio e sacchi di mais. Le ideologie, per fortuna, ce l’hanno con i templi, non con i magazzini di viveri. Oggi il vento è cambiato: Pechino sponsorizza perfino i restauri di alcuni monasteri. Che sia business, più che pentimento, è probabile. Ma intanto schiere zelanti di monaci in veste arancio e bordeaux con il braccio nudo, anche sottozero, ridipingono d’oro i loro Buddha, mentre i turisti barcollano, ascendendo lungo ripide scale di legno per raggiungere un nirvana di aria rarefatta nelle aule dove i monaci, gambe incrociate a nascondere spesso noccioline e succhi di frutta, intonano il loro canto monotonale. Un seggio, più alto e più bello, resta vuoto: la plastica ripara un mantello dorato. È quello del Dalai Lama quando (se mai) dovesse rientrare dall’esilio di Dharamsala. Per noi che Siddharta l’abbiamo letto al liceo è un tuffo in un mondo parallelo. Poi però vedere i monaci chattare sugli smartphone o contare pacchi di banconote delle offerte avvilisce un po’ il misticismo. Ma il Buddha si può trovare in un mandala di sabbia colorata, come nella tastiera di un iPhone.Sull’altopiano di Shegar ecco la vigilia dell’incontro più atteso, quella con l’Everest che ti appare all’improvviso, dopo una curva. La sua piramide nera ha sempre una nuvola in testa per farti capire chi comanda. Benvenuti a Tingri: un pianeta fuori dal mondo, cento metri di strada polverosa, due file di case, qualche locanda senza acqua calda e poca elettricità, un emporio di abiti da montagna dei tempi di Bonatti. È non lontano da qui che Pechino vorrebbe fare la sua ski resort 2.0. Per ora però ci sono solo bimbi che corrono incontro a ogni turista e turisti folgorati come bambini dalla visione in 3D della catena nord dell’Himalaya. Un cartello marrone, come quelli che da noi indirizzano ai musei, indica il vuoto e recita Qomolungma, nome tibetano della vetta della terra.Ci puoi andare a piedi in 4 giorni di trekking o in bus. Ma a scegliere sarà Pechino che, ossessionata dal meteo e da possibili incidenti, apre e chiude il tetto del mondo con una telefonata. Ad aspettare lo squillo è un cerbero intabarrato in pelle di yak che ogni alba alza o abbassa una sbarra nella sabbia, verso l’ultimo sogno. Il campo base sorge a 5300 metri ed è una città di stoffa e legno. Tendine da scalatori, tendoni che si improvvisano taverne. Alpinisti veri, sedicenti, backpackers in cerca di illuminazione. A volte fa caldo e si sta in maglietta. Poche ore dopo nevica. L’ombra dell’Everest fa letteralmente il bello e cattivo tempo. Il campo nasce e muore due volte all’anno, in primavera e autunno. Eterno è solo il monastero di Rombuk, il luogo più alto della terra a essere costantemente abitato. Una monaca si avvicina con delle uova. Al collo porta l’effige del Dalai Lama. Per i cinesi perfino pronunciarne il nome è proibito. Lei alza le spalle come a dire: «Quassù? Chi controlla?». Le bandierine continuano a frinire nel loro canto al vento. Forse così in alto c’è davvero libertà.Di Lucia Galli

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