L’India della sensualità e del Kamasutra è anche il Paese della “repressione sessuale”, un mondo “patriarcale che reagisce con brutale violenza” di fronte all’avanzare della modernità e dell’emancipazione delle donne. È l’universo carico di energia e di contraddizioni esplosive che racconta Anita Nair, dal profondo sud di Bangalore, in mezzo a una natura struggente e ostinata. Una realtà dai colori accecanti dove va in scena l’incontro-scontro della civiltà induista e di quella islamica. Famosa in tutto il mondo per il suo bestseller “Cuccette per signora”, che metteva in scena la condizione delle donne indiane schiacciate da una società troppo maschilista, ma autrice anche di “Padrona e amante” in cui si misurava con il tema intramontabile dell’amore che trasgredisce le regole sociali, e de “Il custode della luce”, dove indagava il rapporto di una madre con un figlio, con “L’ira degli innocenti” è al suo secondo titolo nella serie dell’ispettore Borei Gowda dove ci porta per le strade e i bassifondi di Bangalore.

Le donne in India sono spesso oggetto di violenza da parte degli uomini. Secondo lei la causa è da rintracciare nella cultura del suo paese o nella penetrazione di quella occidentale?

È molto difficile analizzare che cosa stia succedendo oggi in India riguardo alla violenza sulle donne. Ci sono diverse ragioni: risentimento verso le donne per la loro acquisita indipendenza, e un incremento di comportamenti brutali maschili come reazione alla repressione sessuale.

Anche perché il rapporto tra uomo e donna nella sua cultura non è paritario.

Esiste ancora una dominante tradizione patriarcale e questo fa sentire le donne in uno status d’inferiorità. La vita delle donne indiane è molto contraddittoria. C’è una pubblicità della televisione commerciale di una compagnia telefonica di qualche tempo fa che mostra che la donna è il capo di suo marito, e dopo il lavoro però ritorna a casa e cucina la cena. E’ stata molto criticata dai social media perché dà segnali contraddittori su cosa ci si aspetti dalle donne. Le donne indiane sono ben descritte dal film “Lunch box” in cui la donna vive una condizione di disperazione, anche se è stata educata all’indipendenza.

Qual è il suo rapporto con il sentimento dell’amicizia?

Io ho amici molto stretti sia uomini che donne e con ognuno di loro ho un particolare legame che è esclusivo proprio perché ognuno di loro è unico. Con le mie amiche calo le difese, e ho un rapporto molto intimo, racconto le mie vittorie e i miei fallimenti. Siccome io non ho sorelle le mie amiche diventano per me delle sorelle. Io ho molto cara la sorellanza, l’amicizia tra donne.

La natura lussureggiante del suo Paese, selvaggia e ostinata, ha tanto spazio nei suoi romanzi. Perché?

Io sono indiana e i paesaggi del mio paese sono i miei paesaggi interiori ed emozionali. È il grande amore che io ho per la mia terra che mi spinge a descriverli. Metterli in vetrina, nei romanzi, è un modo per realizzare ciò. Uno scrittore può solo fare da specchio della propria società. Questa è la sola influenza che può esercitare.

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Come giudica la pervasività della tecnologia? E l’ambizione e l’arrivismo di alcuni ambienti, come nelle grosse multinazionali, molto presenti nel suo Paese?

La tecnologia è una buona cosa. Ma è anche un mostro che può distruggerci se messo nelle mani sbagliate. Sull’ambizione preferisco non commentare, si commenta da sé.

Come convivono la cultura induista e quella islamica? Sono mondi che comunicano tra loro?

Non credo che si comprendano molto l’una e l’altra, ma hanno un rispetto reciproco. Quando s’innescano battaglie religiose io penso che le persone siano raramente razionali. Ma credo che quello che noi realizziamo lo facciamo prima come indiani, e solo in seconda battuta perché apparteniamo ad una certa religione.

Nel pantheon indù l’ambiguità sessuale dell’uomo è incarnata da Shiva Ardhanarisvara, il “Signore metà donna”. Gli hijira sono uomini dall’identità sessuale ambigua. In che senso?

Non è un mistero per noi. Noi lo accettiamo come molti aspetti della società indiana potrebbero sembrare strani o complessi a chi non ne fa parte.

Quale ambiente trova più divertente come materia grezza per i suoi romanzi?

Io sono una curiosa. Sono curiosa di ogni cosa. Penso che mi possa rapportare ad ogni tipo di persona di ogni strato sociale e durante l’interazione, e l’osservazione, sono le storie stesse a scegliere me.

Come sempre nei suoi romanzi ci sono riferimenti al cibo che rivelano la sua passione per la cucina. Perché ne è così affascinata?

Io sono affascinata da ogni tipo di cibo. Perché è l’unico bisogno umano che può essere appagato. Tramite esso si afferma la vita.

In che senso l’amore è anche amore per l’ignoto, ed è un volto di “sringaaram”?

“Ciò che sfugge fa innamorare”.

L’eros nella sua cultura non è vissuto come peccato. Anzi tutt’altro.

Il problema non è l’eros, ma ciò che diventa esso nella società tradizionale indiana. L’eros è spesso espresso da valori ipocriti dalla nostra middle-class. Non siamo per nulla influenzati in questo caso dalla cultura occidentale.

L’arte può essere un demone molto impegnativo. In che senso?

L’arte prende tutta la tua vita e lascia poco tempo e poca energia per qualsiasi altra cosa.

Sembra che i suoi romanzi siano pervasi da equilibrio, attenzione ai sentimenti e meraviglia. È proprio così? O c’è anche un’altra Anita Nair.

La mia scrittura è ciò che io sono.

Signora Nair, la sua prosa è poetica. La poesia salverà il mondo?

Niente può salvare il mondo a meno che il mondo non decida di salvare se stesso.

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