Le relazioni tra Arabia Saudita e Israele, che sembravano avviate verso una normalizzazione grazie agli Accordi di Abramo del 2020, stanno affrontando una fase critica a causa della guerra a Gaza e delle recenti dichiarazioni di Donald Trump sui palestinesi. Durante un incontro alla Casa Bianca con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha infatti ribadito l’intenzione degli Usa di prendere il controllo della Striscia di Gaza. L’obiettivo sarebbe quello di organizzare il reinsediamento della popolazione palestinese altrove, rimuovere le macerie e trasformare l’area in una “Riviera del Medio Oriente”, promettendo prosperità economica per la regione. L’idea, che mira a riqualificare Gaza in un’ottica immobiliare e turistica, ha suscitato grande indignazione nel mondo, e rischia di complicare ulteriormente le già delicate relazioni diplomatiche nella regione. Soprattutto, è un progetto che rischia di minare il processo di riconoscimento reciproco tra Israele e Arabia Saudita come previsto dagli Accordi di Abramo voluti proprio da Donald Trump.
Il contesto prima del 7 ottobre
Prima dello scoppio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023, l’Arabia Saudita e Israele erano impegnate in trattative mediate dagli Stati Uniti per normalizzare le relazioni. Il regno saudita, pur non avendo mai formalmente riconosciuto Israele dalla sua fondazione nel 1948, aveva mostrato un’apertura senza precedenti. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva dichiarato a fine settembre 2023 che i due Paesi si stavano avvicinando a un accordo, sottolineando però l’importanza di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi. Tuttavia, non aveva esplicitamente legato la normalizzazione alla creazione di uno Stato palestinese, lasciando spazio alle più varie interpretazioni.

L’impatto della guerra a Gaza
La guerra a Gaza ha rappresentato uno spartiacque. L’Arabia Saudita ha sospeso le trattative e assunto una posizione più dura, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo con Israele non può avvenire a spese del popolo palestinese. L’ambasciatore saudita nel Regno Unito, il principe Khalid bin Bandar, ha ribadito nei mesi scorsi che la normalizzazione era ancora un obiettivo, ma deve includere la creazione di uno Stato palestinese. Ha anche criticato la comunità internazionale per non aver fatto abbastanza per fermare il conflitto, definendo la situazione a Gaza un “fallimento dell’umanità”.
Le ripercussioni delle dichiarazioni del tycoon
Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, che ha proposto di “riqualificare” Gaza e di cacciare i palestinesi dal loro territorio, di fatto “normalizzando” la pulizia etnica, hanno ulteriormente complicato il quadro. Questa proposta ha scatenato una forte reazione negativa nel mondo arabo e ha reso più difficile per l’Arabia Saudita considerare la normalizzazione con Israele. Riyad ha reagito con rapidità, respingendo pubblicamente il piano di Trump e ribadendo il suo rifiuto di qualsiasi tentativo di sfollare i palestinesi. Inoltre, i sauditi hanno contestato le affermazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui la normalizzazione è inevitabile, insistendo che non ci saranno relazioni senza uno Stato palestinese.
Per l’Arabia Saudita, la normalizzazione con Israele rappresenta un’opportunità strategica per rafforzare la sua posizione nel Medio Oriente e contrastare l’influenza dell’Iran. Tuttavia, il regno deve bilanciare questa opportunità con la necessità di mantenere la legittimità nel mondo arabo e islamico, dove la causa palestinese rimane un tema centrale, a maggior ragione dopo lo scoppio della guerra a Gaza. Il piano di Trump, se perseguito, rischia di destabilizzare ulteriormente la regione, minacciando paesi chiave come Giordania ed Egitto, che sono essenziali per la sicurezza saudita. Inoltre, potrebbe alimentare sentimenti anti-americani in Arabia Saudita, complicando i rapporti con Washington, il principale garante della sicurezza del regno.
La stampa saudita ha reagito molto negativamente alla proposta del presidente Usa. Il giornale saudita Al-Watan ha riportato in prima pagina, questa settimana: “Lo Stato palestinese non è oggetto di negoziazione o concessioni”, citando il ministero degli Esteri. Al-Sabaq ha pubblicato un’appassionata lettera aperta, sottolineando che il regno e i suoi cittadini vedrebbero il mancato supporto alla Palestina come un tradimento storico. Al-Bilad ha evidenziato il rifiuto saudita di qualsiasi forma di espulsione o annessione territoriale, in linea con le posizioni di Autorità Palestinese, Egitto e Giordania. Sebbene il ministero degli Esteri saudita abbia evitato di citare direttamente Donald Trump, alcuni media nazionali, come Okaz, hanno attaccato apertamente il presidente degli Stati Uniti per la sua politica sulla questione.
“Rischio destabilizzazione”
Le dichiarazioni di Trump “destabilizzeranno ulteriormente la regione e alimenteranno sentimenti anti-americani, in particolare in Arabia Saudita”, spiega Anna Jacobs dell’International Crisis Group, citata da Al-Monitor. “Sta rendendo più difficile, non più facile, la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele”.
Andreas Krieg del King’s College London ha sottolineato che l’Arabia Saudita non accetterà passivamente la normalizzazione se imposta da Washington. Prima della guerra a Gaza, i sauditi stavano negoziando garanzie di sicurezza e aiuti per un programma nucleare civile in cambio di relazioni con Israele. “Non sono uno stato vassallo degli Stati Uniti e quindi non accetteranno semplicemente un diktat di Trump“, ha detto Krieg. “Credo che manterranno ferme le loro posizioni, disposti a negoziare su alcuni punti, ma i principi fondamentali rimarranno invariati. Nessuno in Arabia Saudita ha interesse a svendere la statualità palestinese. Questa è l’ultima e più importante carta negoziale che i sauditi hanno in termini di autorità e legittimità nel mondo arabo e musulmano”.
La mossa di Israele dopo le parole del tycoon
Tel Aviv ha preso sul serio le parole del tycoon. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di preparare un piano per la “partenza volontaria” dei palestinesi da Gaza, in linea con le proposte di Donald Trump per l’enclave. In un post su X, Katz ha dichiarato: “Ho incaricato l’IDF di preparare un piano che consenta a qualsiasi residente di Gaza che desidera partire di farlo, verso qualsiasi paese disposto ad accoglierli”. Secondo The Times of Israel, Katz ha tenuto una riunione con i vertici militari per valutare come attuare questa idea, che include opzioni di uscita via terra, mare e aria.
Lo stesso presidente Donald Trump ha continuato a promuovere la sua idea di un controllo statunitense su Gaza, affermando che Israele cederà il territorio agli Stati Uniti “al termine dei combattimenti”. In un post su Truth Social, Trump ha scritto: “La Striscia di Gaza sarà consegnata agli Stati Uniti da Israele alla fine dei combattimenti”, sottolineando che l’occupazione non richiederebbe l’impiego di truppe statunitensi.
La sua proposta, tuttavia, rimane molto impopolare in tutto il mondo arabo e difficilmente realizzabile. Secondo Daniel DePetris, Egitto e Giordania rifiutano di diventare “gli esecutori di Trump” perché la sua proposta di trasferire i palestinesi da Gaza è “straordinariamente impopolare nel mondo arabo”. Sebbene vi siano molte divergenze tra i Paesi mediorientali, tutti concordano nel rifiutare lo sfollamento forzato di oltre 2 milioni di palestinesi e l’annessione israeliana della Striscia, “una fantasia” sostenuta da ultranazionalisti come Bezalel Smotrich. La Lega Araba ha ribadito questa posizione, affermando che tali piani “minacciano la stabilità della regione, rischiano di espandere il conflitto e minano le prospettive di pace e convivenza tra i popoli”.

