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Nel nuovo anno scolastico, la mano del Sultano sul Paese sarà ancora più evidente. Secondo quanto riportato dai giornali locali, in particolare da Birgun, uno dei pochi quotidiani ancora indipendenti dal regime di Erdogan, i programmi scolastici del 2017-2018 saranno improntati sulla visione che il presidente turco vuole imporre nel futuro della Turchia. Il Paese, già a partire dalle scuole, dovrà essere indirizzato nel solco di un rigido conservatorismo di matrice religiosa, in cui lo Stato dovrà essere caratterizzato da una visione tradizionalista e forgiata non più sulla sola appartenenza nazionale ma anche e soprattutto sull’appartenenza alla comunità islamica.

Il primo a essere colpito da questa nuova definizione del programma scolastico è, come già visto nelle scorse settimane, Charles Darwin, che sarà letteralmente cancellato dai testi scolastici. La motivazione è paradossale: i giovani studenti turchi non possono avere le capacità adeguate per entrare nel dibattito sull’evoluzione e, dunque, certi temi potranno essere analizzati solo all’università. Una scelta assurda, se si pensa che, in tutto il mondo, le teorie evolutive di Darwin sono quantomeno considerate la base su cui poi costruire il proprio processo cognitivo in ambito scientifico. Non c’è scuola che non accolga le sue teorie come fondamento di un’analisi scientifica sull’evoluzione degli esseri viventi, e questo cambierà, inevitabilmente, anche la percezione degli studenti turchi nel mondo, che avranno difficoltà a confrontarsi con una società globalizzata in cui determinate teorie sono la base della conoscenza. Con la teoria di Darwin, sarà anche diminuito il tempo utilizzato per la biologia, che passerà a un’ora settimanale, e che sarà diminuita in modo drastico in tutti i licei non scientifici del Paese.





Di fondamentale importanza sarà il ruolo dato alla religione. I programmi scolastici e i testi ritenuti validi per le scuole passeranno da una visione laica e pacifica dell’islam turco a una visione assolutamente conservatrice e profondamente imperniata su valori tipici del fondamentalismo islamico. Un esempio su tutti riguarderà il concetto di “jihad”, che sarà considerato un capitolo della materia “Nozioni religiose di base”, mentre prima, quando la Turchia ancora rappresentava un Paese laico, sarebbe stato assolutamente impensabile. Saranno inoltre vietate le definizioni di islam che contrastano con il mondo conservatore e con una visione ecumenica e aperta al dialogo con le altre religioni e non ci sarà più alcun richiamo alla ragione e all’amore come caratteri fondamentali della visione musulmana.

Ma quello che desta ancora più scalpore, e che ha scatenato la rivolta di ampie fasce intellettuali del Paese, soprattutto nelle città dell’ovest, è la drastica diminuzione di lezioni di storia che avranno come riferimento alla figura di Ataturk. Il padre della patria della Repubblica turca, simbolo della laicità del Paese e della rinascita turca dopo la caduta dell’Impero Ottomano sarà di fatto ridotto quasi a un argomento di secondo piano. Una notizia che va poi collegata con la riduzione del numero delle ore scolastiche settimanali dedicate in generale alla storia. A questo, si aggiunge infine, quasi come corollario della soppressione di Ataturk dai programmi, l’accordo siglato con il Dipartimento per gli Affari Religiosi, il Diyanet, che ha stilato un programma d’inserimento nelle scuole di moduli scolastici definiti di “educazione ai valori”, e che ancoreranno molte materie, anche quelle scientifiche, al rigido protocollo del potente dipartimento turco. Quello che, per intenderci, controlla molte moschee anche al di fuori della Turchia.

La riforma scolastica di Erdogan dimostra inequivocabilmente cosa vuole il presidente per la Turchia del futuro: un Paese conservatore, rigidamente sunnita, ancorato ai valori dell’Islam e privo di quel laicismo che aveva identificato per anni la Turchia come ponte naturale e culturale fra Medio Oriente ed Europa. Un messaggio che non è solo politico, ma che nasconde una visione anche strategica sul futuro e sul rapporto con il mondo che assume una rilevanza fondamentale per il Medio Oriente. Patire dalle scuole per modificare la cultura del Paese significa, in sostanza, consegnare una Turchia che nel prossimo futuro, quando i programmi saranno ormai a pieno regime, avrà una generazione di giovani molto più legati all’islam che all’Occidente, provocando un distacco generazionale enorme rispetto alle generazioni precedenti. Ma consegnerà anche una visione periferia di Ankara rispetto al mondo, in cui la provincia conservatrice, bacino elettorale del Sultano, ha avuto la meglio sulle metropoli del Paese.

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