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Kim Jong-un è arrivato ad Hanoi, in Vietnam, per il vertice con Donald Trump. I due leader si incontreranno il 27 e il 28 febbraio per la seconda volta, dopo l’incontro di Singapore. Quel vertice è servito ai due leader per saggiare le proprie posizioni, ma anche per “conoscersi”. Un modo per discutere a quattrocchi e che soprattutto era necessario a entrambi come manifesto propagandistico. Sia Trump che Kim avevano necessità di mostrarsi al mondo come leader capaci di scendere a compromesso. Ma anche di saper gestire una crisi che rischiava di far sprofondare l’Asia orientale in una pericolosa spirale di minacce.

Quel vertice è stato l’inizio di una curiosa relazione fra i due Stati, ma soprattutto fra i due governi. Trump e Kim sono apparsi legati da una strana e interessante “amicizia” fatta di scambi di lettere e di messaggi distensivi e a volte negativi. Una miscela di retorica bellica e grandi apprezzamenti che ha caratterizzato tutti gli ultimi mesi delle relazioni fra Corea del Nord e Stati Uniti.

Gli impegni di Kim e Trump, finora, sembrano rimasti sulla carta. E non è un mistero che i critici dell’incontro fra i due leader abbiano più volte condannato quel vertice che dai più è stato considerato come un palcoscenico che è servito più a Kim per infrangere il muro di oscurità intorno al suo regno piuttosto che alla Casa Bianca.

Kim si era impegnato a una “completa denuclearizzazione” della penisola coreana in cambio di un impegno degli Stati Uniti a evitare escalation militari ma soprattutto di una progressiva diminuzione delle sanzioni. Il problema è che, arrivati a febbraio, lo stallo di questo processo è evidente. I centri non si sono fermati, sia quelli nucleari che quelli missilistici. E a parte alcuni smantellamenti e demolizioni, tutto fa credere che il programma nucleare nordcoreano non si sia arrestato.

Gli Stati Uniti continua a chiedere alla Corea del Nord un cambio di passo: vogliono che il programma nucleare cessi del tutto. Ma il governo nordcoreano lamenta il fatto che le sanzioni siano ancora lì. E fino a questo punto, lo stallo sembra difficile da superare visto che una parte attende le mosse dell’altra prima di attivarsi. Trump continua a dire che “non c’è fretta” perché l’incontro con Kim “non sarà l’ultimo”. Da parte statunitense, si continua a dire che dal summit si aspettano “ulteriori progressi negli impegni presi dai due leader a Singapore: relazioni trasformate, una pace stabile e duratura, e la completa denuclearizzazione della penisola coreana”.

E da Pyongyang le cose sembrano iniziate a cambiare anche osservando la differenza con cui la stampa di regime si affaccia all’incontro di Hanoi. La retorica anti-americana sta scomparendo: sia l’anniversario della fondazione dell’Esercito dell’8 febbraio, sia l’anniversario della nascita di Kim Jong-il, il 16 febbraio, sono avvenuti in una strana calma. Nessuno ha lanciato messaggi ostili verso Washington, quasi ad attendere il vertice di Hanoi per evitare escalation. Anche a livello mediatico, si volevano evitare scontri che avrebbero portato a un’interruzione dei rapporti.

L’incontro, intanto, è osservato speciale da parte di Cina e Russia. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, spera che il vertice porti a “un nuovo passo verso la denuclearizzazione e la pace nella penisola coreana”. “Quest’anno, il mondo intero si trova ad affrontare speranza e sfide”, ha affermato il titolare degli Esteri in una nota. “Questa settimana, in particolare, rappresenta un momento molto importante che attira l’attenzione della comunità internazionale”.

Stessi auspici da parte russa. Il segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Nikolaj Patrushev ha detto: “L’imminente colloquio tra Donald Trump e Kim Jong-un dovrebbe portare ad una riconferma delle garanzie di sicurezza e ad un alleggerimento delle misure economiche restrittive imposte a Pyongyang, in cambio della denuclearizzazione nordcoreana”.

Ma ora tutto dipenderà dai due leader. Ed è chiaro che il problema principale, oltre alla denuclearizzazione, è quello della presenza militare americana in Corea del Sud. Sono 28mila le truppe Usa addensate al confine con la Corea del Nord. Ed è soprattutto quello che interessa Pechino e Mosca. 

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