Il summit sull’Africa di Sochi dello scorso ottobre ha svelato la grande strategia del Cremlino per il continente africano, attualmente egemonizzato da francesi e cinesi ma che, nel corso della guerra fredda, era stato uno dei più importanti teatri d’azione dell’Unione Sovietica.

La Russia sta corteggiando numerosi paesi, appartenenti essenzialmente alla Françafrique e all’Africa lusitana, come il Mozambico e l’Angola, attraverso accordi energetici, militari e nel campo della formazione studentesca, accademica e professionale, ma c’è un attore verso il quale l’interesse sembra particolarmente elevato: la Nigeria.

Gli sviluppi recenti

I due paesi stanno discutendo un possibile accordo di collaborazione tecnico-militare mirante al trasferimento di know how, da Mosca a Lagos, nel campo dell’antiterrorismo. L’obiettivo di tale accordo è di fornire alle forze di sicurezza nigeriane le capacità e le competenze necessarie per fronteggiare l’ormai decennale guerra a medio-bassa intensità lanciata dall’organizzazione terroristica islamista Boko Haram.

Ma è nel settore energetico, però, che si stanno concentrando gli sforzi delle rispettive diplomazie. Gazprom e la Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc) stanno lavorando per il potenziamento della collaborazione bilaterale nello sviluppo della rete infrastrutturale implicata nello sfruttamento e trasformazione degli idrocarburi, mentre la Lukoil ha proposto dei piani per migliorare le capacità estrattive nigeriane e ha già siglato un memorandum d’intesa con la Nnpc in merito.

La Nigeria, infatti, ha fra le più grandi riserve di petrolio del continente ma, al tempo stesso, il suo settore energetico rimane fra i più sottosviluppati in termini di capacità. La questione di una possibile competizione antagonistica sul mercato mondiale non si porrebbe, dal momento che le esportazioni dei due paesi hanno direttrici diverse, con la Russia sempre più esposta in Asia e la Nigeria in Europa e nell’Africa stessa.

La Rosatom, invece, è attualmente coinvolta nella formazione di professionisti nel settore nucleare e ha recentemente indetto una competizione, “Atomi per l’Africa”, che è stata vinta proprio da tre nigeriani.

L’ultimo sviluppo riguarda un prestito dell’Afreximbank e del Russian Export Centre pari a 1 miliardo e 460 milioni di dollari per la rinascita dell’Ajakouta, un’importante compagnia nell’acciaieria, e il ritorno alla produttività dei suoi siti.

L’insieme di queste collaborazioni avrà l’effetto di aumentare significativamente le capacità produttive ed estrattive della Nigeria, accelerando la sua corsa verso il conseguimento dello status di prima potenza del continente.

I perché di un possibile successo

Francia, Gran Bretagna e Portogallo hanno, per oltre un secolo, giocato un ruolo primario nel continente nero, sfruttando i divari di potere e ricchezza fra metropoli e periferie derivanti dalle dinamiche coloniali. L’egemonia eurocentrica si è spezzata nel secondo dopoguerra, con l’entrata in scena dell’Urss in supporto dei movimenti guerriglieri di liberazione nazionale di ispirazione marxista-leninista e dei partiti politici guidati da agende anticoloniale.

La decolonizzazione, senza l’intervento sovietico, non sarebbe stata possibile: è un dato di fatto. Nel caso della Nigeria, senza il prezioso aiuto del Cremlino, la Francia di Charles de Gaulle sarebbe probabilmente riuscita nel tentativo di balcanizzare il paese per mezzo del supporto ai secessionisti del Biafra fra il 1967 ed il 1970.

A Lagos è ancora vivo il ricordo della tremenda guerra civile, fonte di oltre 2 milioni di morti in soli tre anni, e i rapporti con Mosca non hanno mai smesso di essere considerati in maniera privilegiata da allora. Per questa ragione, la grande strategia per l’Africa subsahariana del Cremlino, pur essendo destinata ad avere effetti limitati nelle aree di tradizionale influenza francese e in quelle sotto attenzione cinese, ha maggiori probabilità di successo in Nigeria.

Se il piano di Mosca dovesse riuscire, la prima potenza mondiale proveniente dell’Africa sarebbe debitrice al Cremlino per la posizione acquisita e un ritorno del “favore” sarebbe inevitabile: dall’assunzione di posizioni filorusse per quanto riguarda teatri in cui la Russia ha interessi da difendere fino alla collaborazione per il perseguimento di agende comuni globali.