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Politica

Verso un G20 senza Trump, Putin e Xi: il multilateralismo è in ginocchio

Il summit G20 di Johannesburg, che si terrà il 22 e 23 novembre nella città più popolosa del Sudafrica, sarà senza Trump, Putin, Xi.

Il summit G20 di Johannesburg, che si terrà il 22 e 23 novembre nella città più popolosa del Sudafrica, sarà caratterizzato da un duro colpo al multilateralismo che queste occasioni tradizionalmente hanno incarnato e alla prospettiva di sfruttare i grandi forum come strumento di dialogo per ottenere la risoluzione dei problemi internazionali. Per la prima volta nella storia del G20, infatti, a disertarlo saranno i leader delle tre maggiori potenze globali: Stati Uniti, Cina e Russia.

Xi, Putin, Trump: niente G20 in Sudafrica

Il presidente cinese Xi Jinping si farà sostituire dal primo ministro Li Qiang, mentre Vladimir Putin sarà sostituito dal vice capo dell’amministrazione presidenziale, Maxim Oreshkin, un funzionario di spicco ma formalmente meno pesante politicamente del ministro degli Esteri Sergej Lavrov (che ha rappresentato la Russia dal 2022 al 2024) o del ministro delle Finanze Anton Siluanov (presente a Roma nel 2021). Ma non finisce qui.

Lo strappo più fragoroso è quello di Donald Trump, che non solo decide di non partecipare personalmente al summit, boicottandolo (e venendo seguito in questo dal capo di Stato argentino Javier Milei) ma impone che nessun funzionario statunitense giunga in Sudafrica, usando come pretesto l’accusa (falsa) del presunto trattamento persecutorio subito dagli Afrikaner bianchi nella Rainbow Nation.

Un tema molto caldo per la base del movimento Maga interno al Partito Repubblicano e che cela la volontà di The Donald di non dare spazio a una nazione membro dei Brics e che con Washington si è scontrata ultimamente su più dossier. Dai dazi, portati al 30% contro il Sudafrica, al ruolo di Pretoria nella causa per genocidio contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia, sono molti i dossier su cui i due Paesi si sono distanziati. E in generale negli ultimi anni il G20 ha sostanzialmente sorpassato il G7 come incisività sugli affari globali, tanto da apparire una vetrina per i Paesi ospitanti e un termometro dello stato di salute delle relazioni internazionali.

Dal multilateralismo al bilateralismo interessato

Putin, Trump e Xi si tirano fuori perché ormai hanno constatato la fragilità del multilateralismo in un mondo conflittuale e che è tornato da anni a praticare unicamente la logica della forza. Queste scelte raccontano lo stesso canovaccio della sostanziale frenata della COP30 brasiliana, che finirà il giorno prima dell’inizio del G20, o della paralisi dell’Onu, e sono da leggere in parallelo alla condotta dimostrata dai decisori di ultima istanza dell’ordine globale.

Negli ultimi mesi, ad esempio, abbiamo assistito a un summit Trump-Putin in Alaska per discutere della guerra in Ucraina e dell’ordine globale insicuro del presente, a uno Xi-Trump in Corea del Sud per dialogare sui dazi e la guerra commerciale, e a ben tre incontri Xi-Putin: a maggio e settembre, rispettivamente a Mosca e Pechino, per celebrare le rispettive parate di Russia e Cina convocate per commemorare l’80esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, e ad agosto a Tianjin per l’annuale incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

Un ordine globale a direttorio

Incontri bilaterali per blindare l’idea di un ordine mondiale guidato da un direttorio, in cui si devono sommare organizzazioni leggere o mirate, gruppi informali (dai Brics al Quad a guida Usa) più che organizzazioni strutturate e un discorso basato sul confronto diretto e muscolare prima ancora che sulla diplomazia. Dalla forza del diritto al diritto dei rapporti di forza, il passo è compiuto da tempo.

Potrebbero essere le prove generali di una “Nuova Yalta” per le decisioni critiche sul mondo così come i preludi di una fase di anarchia internazionale. Ma il dato da registrare è importante: Usa, Cina e Russia ritengono sacrificabile il simulacro del multilateralismo, una volta per tutte.

Il G20 di Johannesburg sarà con ogni probabilità il più debole e meno influente di sempre, e questa è un’indicazione del segno dei tempi che non aiuterà a creare camere di compensazione per i grandi problemi globali. Il cerino in mano resterà a chi, come i Paesi europei, al multilateralismo a parole dice di credere ancora e dovrà affrontare il peso delle aspettative del summit sulle sue spalle. Mostrando l’ampio e preoccupante iato tra desideri e realtà su queste tematiche.

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