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Cooperazione e competizione in un mondo frammentato: si avvicina il G7 canadese di Kananaskis, Alberta, e sarà interessante osservare come i grandi temi all’ordine del giorno dell’agenda dei leader dell’Occidente sapranno produrre decisioni concrete e presentare una rinnovata unità in tempi difficili. Sarà, inoltre, un crash test importante per diversi leader ambiziosi chiamati al loro debutto in un agone di questo livello, a partire dal padrone di casa, il premier canadese Mark Carney, e del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Gli occhi saranno, ovviamente, però tutti su Donald Trump, che fa il suo ritorno al summit sei anni dopo l’ultima presenza, nel 2019 (l’edizione 2020, ultima del suo primo mandato, fu annullata per il Covid-19).

Esiste ancora una sinergia transatlantica? Sarà questa la domanda chiave del vertice che il 16 e 17 giugno riunirà i leader delle grandi democrazie industriali del pianeta. Oltre a Merz e Carney, saranno debuttanti anche Shigeru Ishiba, premier giapponese, e Keir Starmer, primo ministro britannico, mentre oltre a Trump i volti noti sono il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, padrona di casa a Fasano nel 2024. Ucraina, dazi, cooperazione in campi come l’intelligenza artificiale, rapporti con Russia e Cina, guerra di Gaza, riarmo, multilateralismo: su tutti questi temi la partnership tra Europa, America e Giappone va valutata a tutto campo.

La prova di Trump al G7

Al G7 Trump testerà la volontà degli alleati ad adeguarsi alle linee politiche della sua presidenza, dalla nuova architettura commerciale al rinnovato unilateralismo americano. Ma troverà anche, su decisione di Carney, diversi interlocutori esterni invitati e decisamente impegnativi, perché latori di istanze che certamente faranno pesare davanti a Washington.

Ci sarà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che chiede certezze sul sostegno a Kiev, ma non mancherà nemmeno il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, reduce del braccio di ferro sul presunto “genocidio dei bianchi” (non provato nei fatti) di cui Trump l’ha accusato nel corso della visita alla Casa Bianca. Ed è stato invitato anche il presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, che porterà la voce del Sud Globale su fronti come la guerra di Gaza e il commercio multilaterale, radicalmente opposta a quella di Trump.

Al contempo, si testerà la tenuta di nuovi accordi paralleli con cui gli alleati degli Usa intendono costruire assi potenzialmente in grado di sopperire a un disimpegno securitario di Washington. Uno di questi è il rinnovato formato di partnership dell’Anglosfera: Canada, Regno Unito e Australia, il cui premier Anthony Albanese è stato a sua volta invitato, condividono la linea sul tema del consolidamento del patto d’intelligence Five Eyes, del sostegno all’Ucraina, del commercio aperto. Londra ha concluso un accordo di libero scambio con Washington, e anche i due leader progressisti di Ottawa e Canberra, eletti anche grazie alla ripulsione dell’effetto-Trump nei rispettivi Paesi, mirano a cercare un modus vivendi.

Le sfide europee

Si potrà dire lo stesso dell’Europa? Merz e Macron, in quest’ottica, hanno ambizioni strategiche importanti e sono i più distanti dalla linea Usa. L’asse franco-tedesco vuole armare con forza l’Ucraina contro la Russia e rafforzare le sanzioni laddove Trump perora da tempo la rapida fine della guerra; vuole strutturare il riarmo europeo su basi continentali rendendo la difesa sempre più autonoma dagli Usa; perora una politica tecnologica fondata sulla governance dell’innovazione per contenere i giganti americani; spinge per un superamento delle politiche commerciali daziarie.

La questione securitaria è trasversale. Ottawa, assieme al Giappone, pensa addirittura all’acquisto di armi europee in caso di disimpegno americano. In mezzo, in posizione difficile, c’è l’Italia che si trova amica di tutti e alleata di nessuno: Giorgia Meloni rivendica l’intesa personale con Trump, lavora da pontiera tra Europa e Usa, continua la sua “relazione speciale” con Londra e plasma un rapporto attivo con l’asse franco-tedesco rispetto a cui, però, Roma appare ostentatamente un “numero tre” in Europa. Il G7, insomma, si avvicina coi leader in ordine sparso. Dalla volontà di mandare un messaggio unitario si determinerà il successo o meno del summit. Ma all’ombra delle Montagne Rocciose un dato di fatto è chiaro: bisognerà parlare di accordi concreti e con realismo. Il mondo è troppo complesso per incentivarne l’ulteriore disunione. Ai decisori del G7 il compito di far fronte a questa sfida.

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