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Giorgia Meloni non può sorridere dopo la tornata di euro-nomine del recente Consiglio Europeo, che ha visto l’Italia spinta relativamente ai margini da un misto di assenza di decisionismo e calcoli elettorali. Ma difficilmente i deus ex machina dell’accordo che ha premiato Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Kaja Kallas potranno sorridere. E se per l’ex premier portoghese, vinta la concorrenza tutta a sinistra con Enrico Letta, l’assenza di una sfida per la ratifica da parte del Parlamento Europeo fa dormire sonni tranquilli, le due donne non possono dire la stessa cosa.

La scelta della Von der Leyen per un secondo mandato alla guida della Commissione Europea e della premier estone Kallas per guidare la politica estera e di sicurezza della Commissione stessa è avvenuta dopo il “caminetto” tra popolari, socialisti e liberali che ha sbloccato le nomine. Ma l’intesa è partita dai nomi e non dagli obiettivi politici e resta fragile. La realtà è che le forche caudine della conferma all’Europarlamento delle due donne, di ogni singolo candidato commissario e della prossima Commissione nel suo insieme si preannuncia un Vietnam.

Se Meloni ha fatto l’errore di aver indebolito il suo peso negoziale, il duo formato da Olaf Scholz e Emmanuel Macron, sconfitti alle elezioni europee, ha fatto l’ancor più complicato sbaglio di voler prendere posizione sovrapponendo l’intesa tra leader e partiti europei e unendo le necessarie alchimie in Consiglio a quelle che si creeranno al Parlamento Europeo. Scaricando, in un certo senso, l’onere della prova politica sul Partito Popolare Europeo, che non ha molti leader di peso al Consiglio ma dovrà, da prima forza del Parlamento europeo, scegliere come costruire gli equilibri di maggioranza.

E qua il banco può saltare. Perché la nuova maggioranza è un rebus. La quarantina di voti di margine di Von der Leyen rispetto alla soglia necessaria di 361 è in bilico. La presidente della Commissione teme defezioni interne: nel Ppe resta in bilico il sostegno dei Repubblicani francesi, che in patria sono divisi sull’opzione dell’abbraccio con Marine Le Pen, è incerto quello del partito irlandese Fianna Fail e traballante quello sloveno di Sds. Alla conferenza di marzo del Ppe Von der Leyen ha ricevuto 489 voti validi su 737 delegati e ben 89 contrari da unica candidata: non una maggioranza schiacciante. E alcune sorprese potrebbero emergere nella maggioranza tripartita.

Resta l’opzione di espanderla: e qui per Ursula esistono due strade. O consolidare l’abbraccio con Giorgia Meloni, con cui i rapporti personali sono ottimi, o puntare al gruppo dei Verdi. Dunque: o scontentare la base d’appoggio progressista o metter dubbi tra chi, nello stesso Ppe, vuole modificare la traiettoria del Green Deal. Tirandosi in casa chi lo ha ritenuto insufficiente. Nota infatti Politico.eu che “arruolare i Verdi è anche una scommessa rischiosa. Dopo cinque anni in cui si sono ampiamente opposti a Von der Leyen, gli ambientalisti ora chiedono a gran voce di far parte della maggioranza che la sostiene, il che darebbe loro la possibilità di influenzare la legislazione anche se hanno perso seggi dal 2019”.

Peraltro, su alcuni temi, i Verdi europei hanno un’agenda diversa dalla “maggioranza Ursula”. Si pensi all’Ucraina, ove solo i Verdi tedeschi, crollati alle Europee, sono oltranzisti nel sostegno a Kiev. Mentre altri gruppi, come i Verdi francesi e italiani, hanno sentimenti più pacifisti. Ponendo in bilico dunque anche la posizione di una Commissione che affiderebbe la politica estera al falco occidentalista Kallas. Al contempo, a Strasburgo “i Socialisti e Renew hanno fissato una linea rossa: se anche solo percepiranno che Von der Leyen sta cercando un accordo con la Meloni, le staccheranno la spina”. 

Il gioco dei veti incrociati rischia di riverberarsi, dunque, a livello di formazione della Commissione e di creare un’Europa a geometria variabile inevitabilmente polarizzata. Tutti hanno la loro quota di errori: Meloni, Macron, Scholz e i leader europei convinti che tutto potesse andare avanti come si è sempre fatto senza riconoscere che tempi straordinari richiedono confronti politici ben strutturati sull’Europa. Capaci di partire da agende comuni e non da un toto-nomi dannoso per tutti. Così non si è fatto. E ora l’architettura europea è in mano alla capacità di Ursula von der Leyen di mediare e trovare più avanzati equilibri politici. Obiettivo: perdere meno di quaranta voti per strada. Viste le premesse, la ricetta per un’Europa nel caos nelle prossime settimane sembrano esserci tutte…

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