Una Germania tesa a concentrarsi sul pensiero economico-industriale, rinunciando alle velleità “geopolitiche”, pronta a superare il tradizionale ancoraggio energetico con la Russia fondato sulle fonti fossili e capace di prendere una posizione dura e netta contro la Cina sul tema dei diritti umani e della concorrenza politico-economica: la visione che i Verdi tedeschi hanno presentato per lanciare la loro campagna elettorale in vista delle elezioni federali del 26 settembre mostra sia la volontà del movimento di andare oltre il tradizionale focus ecologista acquisendo una cultura di governo sia il posizionamento, chiaro e netto, in campo occidentale a fianco degli Stati Uniti. Intenti, nell’era di Joe Biden, a fare della lotta ai cambiamenti climatici uno dei ponti su cui costruire un’intesa con l’Europa che mantenga il Vecchio Continente ancorato all’egemone di oltre Atlantico.

Annalena Baerbock la nuova guida dei verdi tedeschi

Nel programma che la candidata di Alleanza 90/I Verdi alla Cancelleria, la 40enne Annalena Baerbock, porterà avanti nei mesi che ci separano dall’appuntamento elettorale autunnale la Germania è narrata nella maniera più funzionale alla volontà degli Stati Uniti e nel rispetto delle prescrizioni della Costituzione post-bellica della Repubblica Federale.

Deputata dal 2013 e copresidente del partito, la Baerbock, affiancata nella guida dei Verdi da Robert Habeck, 51 anni, già ministro dell’Ambiente per sei anni nel Land dello Schleswig-Holstein, sarà la prima politica nella storia del partito a essere candidata ufficialmente alla Cancelleria. Una svolta che segnala il cambio delle prospettive politiche di una formazione che ha conosciuto un vero e proprio exploit alle Europee del 2019, ha prosciugato i consensi del centro-sinistra tradizionale, è oggi la principale forza di opposizione alla Cdu/Csu di Angela Merkel, viaggia tra il 20 e il 23% dei consensi nei sondaggi, è parte di 11 esecutivi su 16 a livello regionale e si candida a futura forza di governo nazionale come partner dei cristiano-democratici, col recondito sogno di poterli scalzare rafforzando l’onda ambientalista in avanzata in tutta Europa.

Luca Steinmann su Limes segnala che i Verdi puntano a sovrapporre “sensibilità ambientaliste a prospettive progressiste, universalistiche e post-nazionali”. Tanto che “quando si parla di valori non vengono mai menzionati la Germania o il popolo tedesco”. La Germania dei Verdi, partito che ha svuotato i Socialdemocratici nelle loro tradizionali roccaforti urbane, è dichiaratamente satellite della superpotenza, e la presa di posizione sulle principali questioni internazionali lo dimostra.

Le posizioni del partito

Pur mantenendo la tradizionale avversione alle armi atomiche e al target del 2% del Pil, i Verdi hanno una sostanziale posizione critica su diversi progetti di autonomia strategica europea in materia di Difesa, tanto che Lydia Wachs e Paula Köhler del German institute for international and security affairs di Berlino in un’analisi pubblicata per il britannico Royal united services institute (Rusi) hanno sottolineato che da parte francese diverse personalità politiche hanno mostrato scetticismo e apprensione per un possibile arrivo dei Verdi al governo nell’ottica della realizzazione del progetto di caccia congiunto Fcas, già vittima di rivalità e veti incrociati, dato che la formazione ecologista si oppone all’utilizzo di piattaforme che includano droni o velivoli pilotabili da remoto armati come sembra esser previsto nel piano franco-tedesco. Una posizione che, in caso di arrivo al governo dei Verdi, aiuterebbe indirettamente le cordate connesse alla Difesa “atlantica” che maggiormente perorano il consolidamento dei vincoli tra Europa e Stati Uniti (e Regno Unito).

Che gli ambientalisti siano occidentalisti non deve stupire: l’identikit dell’elettorato verde è tendenzialmente di matrice urbana, a reddito medio-altro, liberal sul versante dei diritti civili, in una definizione semplicistica “borghese”. Dunque i Verdi rafforzano tale sensibilità con scelte chiare in politica estera che attraggono su di essi l’attenzione delle cancellerie di oltre Atlantico in una fase in cui un’amministrazione progressista cerca riferimenti ben precisi nel Vecchio Continente.

Il cambio di passo rispetto ad Angela Merkel

I Verdi hanno posizioni ben più allineate a quelle di Washington rispetto alla Cancelliera, la cui “esuberanza” sul commercio e l’energia è stata maltollerata negli Usa negli ultimi anni, anche sul fronte dei rapporti con la Russia e la Cina. Gli ambientalisti sono tra i massimi oppositori del gasdotto Nord Stream 2 caro a Merkel e Vladimir Putin e, scrive il Rusi, “sostengono la demolizione immediata del progetto infrastrutturale, a causa del suo impatto dannoso sul clima e dei suoi effetti potenzialmente destabilizzanti sulla posizione dell’Ucraina nei confronti della Russia”. Una posizione in linea con quanto espresso ultimamente da Joe Biden e dal Segretario di Stato Tony Blinken.

Sul versante della Cina, i Verdi vanno oltre la tradizionale linea merkeliana capace di unire cooperazione e competizione e sposano a tutto campo la pista atlantica, mettendo in diretto collegamento commercio e diritti umani, portando in prima linea il tema della repressione degli uiguri e criticando le aziende tedesche che fanno affari nello Xinjiang. Nel luglio scorso contattato da Politico l’eurodeputato verde Reinhard Bütikofer, 57 anni, a Strasburgo dal 2009, portavoce del gruppo europeo degli ambientalisti per la politica estera e presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Cina, ha attaccato duramente la Volkswagen dopo che il gruppo di Wolfsburg aveva ufficializzato la sua decisione di aprire un impianto a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang, accodandosi alla pressione di diverse Ong che avevano ad altre aziende tedesche come Adidas di ridurre la presenza nella regione. L’eurodeputato risulta tra le figure finite nella lista nera cinese e sanzionate per le prese di posizione dello Xinjiang, estremamente intrinseche alle visioni geopolitiche e retoriche di Washington.

Al contempo, non è un caso che i Verdi tedeschi, assieme a quelli francesi, siano stati tra i massimi promotori della Carbon Border Tax che, dopo esser stata approvata nelle scorse settimane, alzerà barriere doganali per i Paesi con standard ambientali inferiori a quelli dell’Unione Europea. Una misura che soddisfa Washington e ha proprio Pechino nel mirino. Per il dopo-Merkel, se governo di coalizione Cdu-Verdi sarà, gli Usa possono aver trovato un nuovo riferimento strategico in Germania: e lo spostamento dell’attenzione dei dem a stelle e strisce dal centro-sinistra tradizionale ai movimenti ambientalisti può fare da scuola per gli altri grandi Paesi europei.