11/11/2004, vent’anni fa moriva Yasser Arafat. Terrorista o eroe, in ogni caso un leader

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La notizia del decesso, in quell’11 novembre 2004, è arrivata nel corso della notte. Ad annunciarla sono stati gli stessi medici che, in una clinica di Parigi, lo avevano in cura: è terminata così, esattamente venti anni fa, la vita di Yasser Arafat. L’uomo che, per diversi decenni, ha incarnato la causa palestinese, diventando anche iconico con la divisa militare e soprattutto la kefiah, costantemente mantenuta sul capo.

Una morte che ha chiuso un cerchio

Nel momento della sua dipartita, attorno la figura di Arafat sono circolate molte voci. E non poteva essere diversamente, vista la vita del personaggio: leader dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), fondatore di Al Fatah, ossia il partito guida per decenni delle autorità palestinesi, terrorista per alcuni, eroe per altri, pragmatico per chi non lo ha né elogiato né condannato. Tante le definizioni, impossibile quindi non assistere a un’autentica giravolta di dicerie, sospetti e supposizioni.

Come quelle sulla sua stessa morte. Oppure quelle relative ai suoi importanti conti in banca, forse di svariati milioni di dollari depositati tra Francia e Svizzera. O come quelle riguardanti il tenore di vita sospettosamente, per l’appunto, alto della moglie residente proprio a Parigi. E poi non sono mancati i giudizi di una storia che, in quell’11 novembre 2004, era stata depositata negli archivi solo da poche ore e non poteva quindi essere studiata (e capita)a fondo.

Forse l’unico vero importante elemento da sottolineare di quel giorno riguarda la fine di un ciclo. Comunque la si veda e a prescindere dai giudizi storici, la morte di Arafat è stata quella di uno dei leader mediorientali più importanti di sempre. Uno dei pochi realmente capaci di plasmare la storia, nel bene e nel male. Il leader di Al Fatah è stato combattente sul campo, a un certo punto ha sposato anche la strategia terroristica, prima di lasciarla e di risultare essenziale anche quando si è seduto dietro una scrivania.

Le onorificenze da capo di Stato

La “tante vite” di Arafat hanno poi inciso anche sulle onorificenze ricevute alla sua morte. Il cordoglio, dopo la notizia della sua morte, è arrivato da buona parte della comunità internazionale. E il clamore mediatico è stato quello che, solitamente, viene riservato a un capo di Stato. Forse è proprio alla sua morte che Arafat ha potuto cogliere il principale successo: essere principalmente ricordato come un leader di governo, quale effettivamente era, visto che dal 1996 risultava formalmente come presidente dell’appena nata Autorità Nazionale Palestinese.

Il suo feretro ha viaggiato da Parigi a Il Cairo, dove si è tenuta la cerimonia ufficiale. Nella capitale egiziana Arafat era nato e qui si era anche laureato ingegnere nel 1950, poi la causa palestinese animata dalle origini di Gaza del padre e di Gerusalemme della madre avevano preso il sopravvento. Ai funerali hanno partecipato delegazioni di tutto il mondo, compresa quella italiana, guidata dall’allora presidente del Senato Marcello Pera, ma anche quella britannica, spagnola, francese e di altri Paesi europei.

Dopo il commiato, celebrato dall’imam della moschea di Al Azhar, la salma ha preso la via per Ramallah. Qui oggi riposa all’interno di un mausoleo aperto alcuni anni dopo la sua morte. Chiuso un ciclo, nei territori palestinesi non se n’è aperto un altro. La storia degli ultimi venti anni è nota, quella degli ultimi 12 mesi è ancora immersa nella palude della più fredda e cinica cronaca.