Dopo la cattura dell’ormai ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, per Caracas si è aperto un nuovo corso scandito dalle tensioni geopolitiche e dalla battaglia energetica che ha come bottino la sua risorsa più preziosa: il petrolio. Il Venezuela nasconde nel suo sottosuolo le maggiori riserve di oro nero al mondo, ma dai tempi della rivoluzione chavista la produzione di greggio è ben lontana dalla massimizzazione dei profitti per come ci si potrebbe aspettare. Sul banco degli imputati, siede la combinazione di diverse cause tra cui sanzioni economiche (embargo che ha portato al boicottaggio del petrolio venezuelano da parte dell’Occidente), carenza di infrastrutture e capitali, nonché inefficienze da parte della holding statale PDVSA.
Negli anni al potere di Hugo Chávez, i giacimenti di petrolio furono del tutto nazionalizzati, ma a più di vent’anni di distanza la neopresidenteDelcy Rodriguez potrebbe imprimere una svolta: apertura ai privati per l’estrazione di oro nero. Il Governo di Caracas potrebbe rinunciare al controllo totale della lavorazione degli idrocarburi attirando nuovi capitali e per non finire schiacciato sotto il peso delle pressioni americane esercitate a seguito dell’arresto di Maduro. All’orizzonte, però, si staglia un ostacolo non di poco conto per il nuovo corso delle relazioni tra Washington e Caracas: Pechino.
L’apertura tra realpolitik e commissariamento Usa
A fine gennaio, l’Assemblea Nazionale venezuelana, ha approvato la legge sugli idrocarburi che punta a una riforma organica del settore dell’oro nero. La colonna portante del provvedimento legislativo consiste nell’introduzione di forme contrattuali che consentano a compagnie private di operare al fianco di PDVSA.
Detto in parole povere, la holding di Stato rimarrà l’azionista di maggioranza nel mercato idrocarburico, ma le Big Oil straniere potranno perforare i pozzi petroliferi e rimpinguare le loro tasche tramite l’incasso dei ricavi derivanti dalla commercializzazione. Non è tutto, perché a chi ha intenzione di investire nelle risorse del Paese sudamericano saranno garantiti un taglio delle royalties del 15%, una tassazione non superiore al 30% e un arbitrato internazionale per consentire la risoluzione delle dispute tra le aziende straniere e le autorità locali (garanzia volta a rassicurare i partner internazionali riguardo a eventuali espropri governativi).
La nuova strategia energetica è, da una parte, frutto dell’esigenza di nuova linfa economica per ammodernare delle strutture ormai obsolete – attualmente la produzione quotidiana non raggiunge il milione di barili – ma dall’altra anche del fiato che a Caracas si sentono sul collo da parte degli Stati Uniti.
Il segretario di Stato Marco Rubio e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, sin dalle ore successive all’arresto di Maduro, hanno dato a intendere che l’amministrazione Trump avrebbe supervisionato le esportazioni di petrolio venezuelano e la destinazione dei proventi. Ad essere più precisi, gli americani decideranno quali compagnie del settore saranno autorizzate ad operare in quel di Caracas. L’obiettivo è finché mai lapalissiano: immettere sul mercato barili utili alle raffinerie occidentali, contrastare il contrabbando delle materie prime da parte di cartelli criminali, tenere alla porta acquirenti non occidentali se sgraditi allo zio Sam. Tuttavia, molti osservatori puntano il dito contro la lesione della sovranità nazionale del Venezuela, in quanto la riorganizzazione di un settore vitale per la sua economia è de facto sottoposta a un vincolo esterno senza che il suo Governo abbia piena facoltà decisionale.
L’ingombrante presenza della Cina
Le pagine del futuro venezuelano verranno scritte con penna e inchiostro di marca occidentale, ma le pagine del passato sono fitte di ideogrammi cinesi. Negli ultimi anni, Pechino ha elargito lauti prestiti a Caracas in cambio della fornitura di petrolio, ma c’è un particolare in tutto questo: i barili di oro nero erano la moneta tramite cui ripagare il debito cinese.
Gli accordi tra i due Paesi, sotto la vigilanza della China Development Bank, prevedevano che parte dei ricavi derivanti dalla vendita del greggio non confluisse nelle casse di Caracas ma venissero caricati su conti correnti presso banche cinesi e impiegati per saldare, man mano, quote del debito venezuelano. Secondo fonti della PDVSA, più di 600 mila barili di oro nero erano destinati giornalmente oltre la Muraglia e, per un certo periodo, gli interessi sul debito erano pagati mediante la contabilizzazione degli idrocarburi.
Da gennaio, però, le esportazioni di petrolio sono sotto egida americana e per la Cina le cose si complicano alquanto. Se la destituzione di Maduro da molti è stata letta come una manovra volta ad accaparrarsi le risorse idrocarburiche e a lasciare il Dragone a bocca asciutta, viene difficile pensare che gli Stati Uniti concedano l’afflusso di greggio per onorare gli impegni contratti da Caracas. Tuttavia, il presidente Trump ha recentemente annunciato che la Cina è benvoluta se intende acquistare oro nero dal Venezuela dal momento che la nuova leadership collabora attivamente con la Casa Bianca e gli Usa decideranno come saranno impiegati i guadagni delle vendite. Probabilmente, dietro queste parole, si cela la strategia di sganciare il Dragone dall’approvvigionamento di oro nero dall’Iran, sempre più nel mirino degli yankee.
Il Governo Rodriguez, indubbiamente, deve dare prova di grande equilibrio. Da un lato deve avere la capacità a mantenere in vita le relazioni con Pechino, essendosi dimostrato un partner affidabile negli anni recenti somministrando ossigeno all’economia venezuelana. Dall’altro non può permettersi di scontentare i desiderata di Washington e degli investitori occidentali, pronti a studiare ogni singola sua mossa e a intervenire.
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