“Non si può vivere in Venezuela. Mancano cibo e medicine”. “La situazione peggiora giorno dopo giorno. I prezzi continuano ad aumentano. Non c’è denaro e la gente muore di fame”. Sono le testimonianze da un Paese sull’orlo della catastrofe. Il Venezuela sta vivendo una grave crisi economica e politica che ha costretto milioni di cittadini a fuggire all’estero. Domenica 20 maggio nel Paese si tengono le elezioni presidenziali. “Sono state indette solo perché Maduro vuole dimostrare al mondo di essere democratico. Si tratta di una farsa. Le opposizioni non parteciperanno al voto”, ci raccontano da Caracas.

All’origine della crisi

La crisi politica ed economica che sta investendo il Venezuela ha radici profonde. Nel 1999 Hugo Chávez diventa presidente del Paese. Negli stessi anni le economie sud-americane crescono grazie all’aumento del valore del petrolio. Il Comandante decide di realizzare una serie di interventi per migliorare la sanità, l’istruzione e l’edilizia pubblica. Le aziende vengono nazionalizzate, mentre gli aiuti e i sussidi per combattere la povertà rendono il presidente popolare tra i meno abbienti. Ma questo periodo di prosperità è destinato a finire: quando nel 2013 i prezzi crollano, l’economia del Paese affonda.

Il nuovo presidente Nicolas Maduro non riesce a fare fronte alla recessione e fin dai primi mesi, il suo governo diviene oggetto di pesanti contestazioni. Alla grave crisi economica si aggiungono poi l’accusa di corruzione e lo scontro tra Parlamento, controllato dalle opposizioni, e il governo di Maduro.

Dopo anni di tensione, la situazione precipita nella primavera del 2017. Il Tribunale supremo di giustizia venezuelano esautora il Parlamento conferendo i suoi poteri al presidente. Ma la marcia indietro della Corte suprema non basta a placare la rivolta: centinaia di migliaia di persone stanno già protestando per le strade. Gli scontri hanno inizio.

Gli scontri

Aprile 2017. In Venezuela si intensificano le proteste contro il presidente Maduro. La popolazione occupa le piazze e le strade di tutto il Paese per chiedere le dimissioni del presidente. Gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine si fanno ogni giorno più violenti. Maduro risponde alle proteste anti-governative mettendo in atto violente repressioni e facendo precipitare il Paese nel caos. I militari vengono autorizzati ad utilizzare una forza sproporzionata contro i manifestanti: proiettili di gomma e idranti, colpi di arma da fuoco, gas lacrimogeno ad altezza uomo che provocano migliaia di feriti. Il bilancio delle vittime cresce giorno dopo giorno. Se ne conteranno oltre 160 alla fine dell’anno. Più di cinquemila gli arresti.

Un’emergenza umanitaria

Oltre alla crisi politica, il Venezuela è alle prese anche con una forte crisi sociale ed economica. Con un’inflazione al 13mila per cento (potrebbe superare il 20mila per cento alla fine del 2018, secondo il presidente dell’istituto di sondaggi Datanalisis) e una disoccupazione del 30 per cento, il Paese sta vivendo in uno stato di emergenza senza precedenti. Mancano pane, latte e medicine. “Mio nonno aveva il cancro, ma non siamo riusciti a trovare i farmaci giusti per curarlo.  È morto quattro mesi dopo”, racconta a Gli occhi della guerra Maria Daniella Quiñones, studentessa venezuelana che da un anno vive in Italia. Secondo un rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), il 70% dei bambini venezuelani sotto i cinque anni è denutrito. Gli ospedali sono al collasso. Il Paese è sull’orlo della catastrofe: con l’aumento continuo dei prezzi, più della metà della popolazione non riesce a procurarsi beni di prima necessità e vive in condizioni di povertà. “Quello che si vede ogni giorno per le strade è la fame. E la situazione può aggravarsi ancora se non ci saranno cambiamenti di tipo politico ed economico nel Paese”, ci spiegano da Caracas alcuni cittadini che preferiscono rimanere anonimi per paura di Maduro. Ma il governo non vuole sentire parlare di crisi umanitaria.

Un popolo in fuga

Il caos nel Paese sud-americano sta provocando una massiccia migrazione non solo verso gli Stati limitrofi, ma anche verso l’Europa. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), nel 2017 oltre 1,6 milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero. In Colombia, il presidente Juan Manuel Santos ha parlato di 600mila presenze, mentre si stima che in Brasile entrino ogni giorno circa 800 persone. In particolare, la città di Boa Vista, a 200 chilometri dal confine con il Paese di Maduro, ospita circa 50mila venezuelani, che rappresentano circa il 15 per cento della popolazione. Anche l’Europa è diventata una delle principali destinazioni dei venezuelani che fanno ritorno nelle terre dei loro antenati. In Spagna, Portogallo e Italia gli arrivi crescono esponenzialmente. “Sono uscita dal Paese prima della crisi. Ma parte della mia famiglia è rimasta là, in una situazione al limite”, spiega Maria Daniella. “Ogni mese mandiamo dei soldi a mia nonna perché non basta lo stipendio minimo che una persona può avere per vivere”.

In parallelo anche le richieste di asilo in tutti i Paesi stanno aumentando. Tra gennaio e luglio 2017, secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sono stati 52mila i venezuelani che hanno fatto richiesta di asilo in un paese straniero, il doppio rispetto al 2016. Per quanto riguarda l’Italia, il ministero dell’Interno parla di 544 domande di asilo da parte di cittadini venezuelani nel 2017, il 280 per cento in più rispetto all’anno precedente. “Sono un rifugiato politico, in Italia da un anno e otto mesi”, ci racconta Risschis Gomes, 32enne avvocato di Guarico. “Sono scappato con la mia famiglia perché la situazione in Venezuela era diventata invivibile. È difficile iniziare tutto daccapo e lasciare una vita indietro, ma il governo di Maduro ha fatto solo danni al mio Paese”. “La speranza è quella di tornare in Venezuela e portare qualcosa per il futuro. Perché adesso non c’è futuro”, conclude Maria Daniella.

Le elezioni

Le istituzioni democratiche venezuelane hanno perso l’indipendenza. Ad agosto si è insediata la nuova Assemblea costituente voluta da Maduro per riscrivere la Costituzione. L’organo, osteggiato dalle opposizioni che sostengono che la nuova assemblea consentirà al presidente di arricchire i suoi poteri, ha di fatto esautorato il parlamento. La Corte suprema inoltre è stata sostituita.

È in questo scenario che Nicolas Maduro ha deciso di ricandidarsi alla guida del Paese. Le opposizioni, che si sono compattate nel fronte unico della Tavola dell’Unità Democratica (MUD), hanno scelto di boicottare il voto per mancanza di garanzie. La sfida si giocherà quindi tra Maduro e Henri Falcon, l’ex governatore dello Stato di Lara e fondatore del partito Avanzada Progresista che ha rotto con il MUD per presentarsi alle elezioni. Ma senza il sostegno delle opposizioni, per Falcon e gli altri tre candidati sarà difficile vincere la sfida contro Maduro, forte del sostegno del suo Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). “Le elezioni sono una farsa. La gente non vuole andare a votare domenica. Si vede un malcontento diffuso nella popolazione”, raccontano da Caracas. “Ho detto ai miei parenti di non andare a vota e di manifestare contro il governo”, spiega Risschis.

Gli Stati Uniti hanno annunciato di non voler riconoscere l’esito della votazione e nel caso di vittoria del presidente sono pronti a sanzioni ancora più stringenti. Intanto Maduro si prepara ad altri cinque anni di potere.