Non sembra proprio esserci pace per il Venezuela, Paese in preda a una crisi politica, sociale, economica con gravi ripercussioni umanitarie che si avvia verso il voto presidenziale, inizialmente programmato per ottobre, poi anticipato ad aprile dalla filo governativa assemblea costituente e, infine, fissati dalla Corte suprema al 20 maggio.

Il voto si prepara a essere trasformato in un vero e proprio plebiscito per il presidente Nicolas Maduro, che dopo aver vinto un vero e proprio braccio di ferro con le opposizioni resistendo alle lunghe manifestazioni e proteste di piazza della scorsa estate, insanguinate da decine di morti tra gli uomini delle forze di sicurezza e gli oppositori, ha imposto un’ulteriore sterzata al controllo sugli apparati politici venezuelani decretando bandi unilaterali dalla corsa alla presidenza e concentrando sul Partito Socialista Unito Venezuelano le prospettive di vittoria.

Stiamo parlando di dinamiche per cui non è nemmeno più necessario coinvolgere le forze di opposizione, che più volte abbiamo chiamato a rapporto come co-responsabili di numerose delle problematiche del Venezuela e sono state a lungo guidate da personaggi poco limpidi e con numerosi scheletri nell’armadio come Henrique Capriles e Leopoldo Lopez: esistono situazioni di fronte a cui è impossibile non constatare il fallimento totale di un governo, e il caso del Venezuela è uno di questi.

I numeri del tracollo del Venezuela

Carlo Cauti ha analizzato per l’Ispi la dimensione della devastazione subita dalla Repubblica Bolivariana a causa di una crisi che si protrae oramai da oltre quattro anni ed è stata causata da politiche economiche inefficienti, assenza di diversificazione dall’estrattivismo, dal crollo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali e da un clima politico perennemente instabile. Il Paese che con Hugo Chavez aveva conosciuto riduzioni impressionanti nei tassi di mortalità infantile, analfabetismo, denutrizione e povertà ha visto il suo Pil contrarsi del 48% nell’ultimo quinquennio e le stime per il 2018 sembrano lasciar presagire un ulteriore tracollo del 10%. Nemmeno nella Siria martoriata da otto anni di conflitto si sono registrati dati così spaventosi, paragonabili solo a quelli segnati dalla Libia nel post-Gheddafi.

In Venezuela è andata in scena, scrive Cauti, “la maggior migrazione di massa nella storia dell’America Latina dall’arrivo di spagnoli e portoghesi alla fine del ‘400. Mai nella storia della regione si era assistito a un fenomeno di queste proporzioni”. Almeno 2 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese, dirigendosi principalmente in Colombia (37mila al giorno nel solo 2017), ma tentando anche il passaggio in Brasile attraverso le impenetrabili foreste del Roraima, affrontate da 30mila persone da inizio anno, o un viaggio più lungo verso l’Ecuador, che ospita 200mila venezuelani.

Quale futuro per il Venezuela?

Le elezioni presidenziali, in questo contesto, sono un passaggio marginale. Non aggiungono nulla a dati emblematici su un Paese ostaggio della sua stessa crisi, né devono provocare ulteriori moti di indignazione per un governo che si è già macchiato della gravissima colpa di privare di un futuro il suo stesso popolo.

Analizzando le dinamiche dell’America Latina, si può constatare che i regimi del “Socialismo del XXI secolo” sono riusciti a perdurare e a rafforzarsi solo in un contesto di mediazione con le nuove realtà sociali venutesi a creare sulla scia delle riforme progressiste di inizio millennio. Bolivia, Ecuador e Nicaragua, con tutti i limiti dei rispettivi governi, sono dei fulgidi successi in confronto al Venezuela, Paese che ha visto la sua rovina consumarsi mentre gli uomini delle istituzioni e delle opposizioni combattevano sul suo cadavere fumante.

Quale futuro per una nazione che non può, probabilmente più dirsi tale? Quale prospettiva di ripresa per una nazione che ha visto la sua pace sociale frantumarsi, il crimine dilagare gli omicidi raggiungere il numero di 90 per 100mila abitanti, rendendo le file per gli obitori seconde per lunghezza solo alle code per i beni razionati? Non c’è risposta, e questa forse è la constatazione più triste sul futuro del Venezuela. Terra di opportunità e sviluppo, un tempo. Terra dannata, ora. E nella grande dimensione delle problematiche del Paese, che rilevanza può avere un voto farsesco e dall’esito scontato?

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