Venezuela, petroliere russe, Iran, Groenlandia: inizio anno movimentato

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La notizia del giorno è la cattura della petroliera Bella 1, poi rinominata Marinera, in parallelo con quello dell’altra petroliera della flotta ombra russa, la Sophia, con la prima che aveva alzato bandiera russa. Sequestri motivati dalle sanzioni indette contro il traffico di petrolio del Venezuela, verso il quale continuano le pressioni Usa.

L’improvvida iniziativa era stata sollecitata a metà dicembre dai senatori Lindsey Graham, repubblicano, e Richard Blumenthal, democratico, che avevano presentato una risoluzione ad hoc al Congresso Usa.

E due giorni fa Graham pubblicava una sua foto con Trump che teneva in mano un cappello con su scritto Make Iran great again, a sottolineare come anche i recenti messaggi incendiari contro l’Iran del presidente Usa – che ha minacciato l’uso della forza se Teheran reprimerà le proteste in atto nel Paese – sia farina del sacco neocon, di cui Graham è solo uno sciocco portavoce.

Sembra, quindi, che Trump stia attraversando un momento neocon, pur nelle ambiguità che contraddistinguono la sua presidenza, come dimostra il niet all’intronizzazione di Corina Machado in Venezuela, in contrasto con le aspettative di tali circoli (e dell’Unione europea, ormai prona a essi, che non ha riconosciuto come legittimo il nuovo presidente Delcy Rodríguez).

Sul fronte venezuelano per ora i gringos mantengono una linea meno sanguinaria di quanto avrebbero potuto sviluppare, anche se continuano a minacciare sfracelli: di fatto, l’ordinaria gestione del Paese è rimasta al governo chavista, che però è chiamato ad accettare i diktat di Washington, in particolare sul petrolio. Ma resta da vedere se ciò reggerà, dal momento che i circoli neocon hanno iniziato far pressioni per procedere al regime-change.

Restano, poi, le minacce contro l’Iran, nel quale da giorni si susseguono manifestazioni di massa a motivo del crollo della moneta, il rial, protesta accompagnata da un comunicato del Mossad che ha pubblicamente dichiarato di sostenere i manifestanti, anche “sul campo“.

Sostegno ovvio, ma che si dà senza fare pubblicità, da cui il fondato sospetto che il comunicato, che evidenzia una minaccia esistenziale contro Teheran, serva a scatenare la repressione per poter trascinare gli Usa nell’ennesima guerra.

Da questo punto di vista, il fatto che Trump, dopo le minacce all’Iran abbia spostato il focus della politica estera Usa sull’acquisizione della Groenlandia, suscitando la legittima ira dei danesi e degli europei, sembra discendere dall’esigenza di trovare un diversivo.

Non che non sia interessato a depredare anche le risorse dell’isola, e soprattutto a mettere le mani su quelle del Polo Nord sul quale insiste, ma l’assertività sul tema, pur se riprende quella dispiegata all’inizio della presidenza, è giunta ex abrupto, dopo un lungo silenzio. Sembra, cioè, un modo per tentare di svicolare dalla stretta neocon, i quali vogliono a tutti i costi un immediato intervento contro l’Iran, sollecitato anche da Netanyahu nella sua visita di fine anno negli Usa.

Alla base della pressione sulla Groenlandia, però, sembra esserci anche un’altra ragione. E qui torniamo alle petroliere della flotta ombra russa sequestrate. Tale improvvida iniziativa nasce evidentemente dalla necessità di far saltare nuovamente lo spiraglio di un accordo sulla guerra ucraina aperto dalla nomina di Kyrylo Budanov a capo dello staff del presidente Zelensky, nomina avvenuta il 2 gennaio (nella notte, poi, il blitz in Venezuela).

Tale spiraglio aveva avuto l’effetto di placare le ire di Mosca, che a seguito della denuncia dell’attacco alla residenza di Putin – e al centro di comando della guerra termonucleare situato nella stessa area – aveva promesso una risposta durissima. Tanto è vero che tale risposta, obbligata nonostante il fatto che l’attacco fosse stato smentito dagli Usa (che i russi ritengono un partner per quanto riguarda la crisi ucraina), non è avvenuta.

Avrebbe potuto chiudere lo spiraglio aperto dalla nomina di Budanov, incaricato peraltro da Zelensky di supervisionare i negoziati. Al partito della guerra globale serviva, quindi, di porre una nuova criticità nei rapporti Usa-Russia per cercare di far deragliare le trattative in corso ed è arrivato il sequestro delle petroliere. Se Mosca reagirà, sarà tutto vanificato.

Detto questo, resta da vedere se il piano andrà in porto (per restare in tema marittimo). Ieri la riunione della coalizione dei volenterosi europei con l’inviato Usa Steve Witkoff a Parigi. La riunione ha prodotto una dichiarazione di intenti per offrire di garanzie di sicurezza a Kiev, che potrebbe comprendere l’invio di forze europee nel dopoguerra.

Ma il fatto che si sia prodotta “una dichiarazione di intenti” e che gli Usa non abbiano – al momento – aderito, sembra segnalare che c’è spazio per limare – soprattutto di evitare l’invio di truppe, che Mosca non accetterà mai – anche se Witkoff ha parlato di un incontro risolutivo sulla questione. Apparente contraddizione che forse è stata sciolta in quanto pattuito a porte chiuse, celato dalla necessaria riservatezza.

Di certo sul vertice è pesata la pressione degli Usa sulla Groenlandia, calata come una mannaia sui partecipanti. Infatti, lo scontro sul destino dell’isola è anche uno scontro con la Ue, chiamata giocoforza a difendere la sovranità danese, ma anche sul destino della Nato, che tale dissidio mette a rischio.

Probabile che la dichiarazione di guerra di Trump, ché di questo si tratta, servisse anche ad ammorbidire le posizioni dei leader europei sull’Ucraina. E che qualcosa in tal senso sia successo sembra dimostrato dalle dichiarazioni di Macron, il quale ha affermato di voler chiamare Putin “a breve“.

Forte il nervosismo globale. Anche se il momento neocon di Trump è temperato dall’usuale ambiguità, usata anche in passato per svicolare dalla stretta di tali circoli, restano forti le incognite e i pericoli. Anche perché troppo spesso questa tattica non ha impedito affatto ai neocon di ottenere quel che volevano e di portare avanti i propri disegni sanguinari (vedi alla voce Gaza).